Planet Rock, musica da abitare. Intervista a Luca De Gennaro

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17 giu. – Nella storia della radiofonia italiana c’è stata una trasmissione che, come poche altre, ha colto lo spirito dei tempi: nel giro di tre anni, Planet Rock ha regalato a migliaia di ascoltatori la possibilità di ascoltare un mondo musicale in pieno cambiamento, quello dei primi anni ’90. A ricordare quel periodo c’è un libro edito da Arcana che si intitola Planet Rock – L’ultima rivoluzione, scritto da uno dei conduttori storici della trasmissione, Luca De Gennaro. “Penso veramente, venticinque anni dopo, che quel periodo racchiuso tra l’uscita di Nevermind e il ritrovamento del cadavere di Kurt Cobain sia stato quello in cui il rock ha effettivamente rivoluzionato le cose, a partire dal genere dei Nirvana che scalzano Michael Jackson dalle classifiche, portandosi dietro tutto il rock che in quegli anni nasceva negli Stati Uniti e in Inghilterra”, ha raccontato De Gennaro ai nostri microfoni. “Dalla prima puntata abbiamo capito che dovevamo non cavalcare onde, ma provocarle“, dando la possibilità agli ascoltatori di tutta Italia di conoscere quelle musiche.

Una trasmissione che ha creato una comunità strettissima di ascoltatori, in anni in cui non c’era ancora la rete, ci si scambiavano i numeri di telefono di casa e le lettere: “Gli ascoltatori si riconoscevano in questo programma che durava tre ore e si chiamava Planet Rock perché era una trasmissione di musica non solo da ascoltare, ma da abitare: un luogo dove vivere”. Raduni, fanzine, magliette: un mondo di amore intorno al programma che abbiamo percepito anche ieri a Maps, durante l’intervista con il giornalista e conduttore, con i messaggi che il pubblico di RCdC ci ha mandato. Ma il titolo ha anche altri riferimenti: rock non solo come mondo da abitare e modo di vivere, ma anche come contenitore di tanti diversi generi che in quegli anni si stavano mischiando. “La contaminazione era alla base di tutto il ragionamento: abbiamo avuto anche noi i talebani del rock, ma il terreno fu preparato dal programma da cui abbiamo preso il via, Stereodrome, che aveva iniziato a trasmettere sin dalla fine degli anni ’80 house, rap e acid jazz“, ha aggiunto De Gennaro, affiancando l’esperienza del Lollapalooza ai sommovimenti dell’epoca, in cui abbandonare il pop per mischiare altre musiche era davvero alternativo.

Ma non è stato tutto facile per De Gennaro, Alberto Campo, Mixo, Rupert, Gennaro Iannuccilli e gli altri conduttori della trasmissione, a partire dal rapporto con la RAI. “Il nostro capo, Eodele Bellisario, un dirigente illuminato: si fidava di noi e capiva che stavamo facendo qualcosa che rifletteva il mondo nuovo della musica. Ci lasciava fare come ogni manager bravo deve fare“. Nonostante gli ascolti abbiano premiato la trasmissione, il cambio al vertice di metà anni ’90 con la nomina di Aldo Grasso, ha cancellato Planet Rock: “Abbiamo provato a chiedere come mai, ma non abbiamo mai avuto risposta“. Ma al giorno d’oggi a cosa serve un programma radio che si occupa di novità musicali? “A noi radiofonici rimane il ruolo di guida: la democrazia di Internet è un po’ fasulla. Dobbiamo prendere la musica, selezionarla, impacchettarla e farla sentire agli altri nel modo migliore: tutto questo un algoritmo non può farlo, perché c’è bisogno di qualcuno di cui fidarsi. John Peel diceva: ‘Noi non siamo qui per dare alla gente ciò che vuole, ma quello che ancora non sa di volere'”.

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