Pecunia non “Oil”

Pare che il passaggio di consegne tra la famiglia Menarini e il giovane petroliere albanese Rezart Taçi stia suscitando un’ondata di entusiasmo tra i tifosi: il padrone della Taçi Oil promettere di metterci tanti soldi, di far tornare la squadra a quei livelli che non tocca da trent’anni, quindi per i bolognesi è santo subito.

La Bologna “bene” invece (politici e vipperia varia) sta ancora alla finestra e non si sbilancia, anche se non mancano i nostalgici dei fantomatici “imprenditori bolognesi”.
Ma questi cosiddetti imprenditori indigeni o sono cotti da un pezzo (Gazzoni) oppure pensano che mettere le mani su un baraccone sportivo sia il mezzo giusto per qualche bella speculazione edilizia: non è un caso che una volta saltato l‘affaire “Romilia” Cazzola abbia immediatamente venduto il club, e che ora Menarini faccia lo stesso intuendo che l’operazione nuovo stadio è in alto mare. Sempre meglio di Sacrati che ha fatto fallire la squadra agganciando le sorti sportive della Fortitudo all’ennesima colata di cemento.
Fare l’imprenditore speculando sulle aree è molto facile: prendi una cosa a dieci, ci costruisci sopra con i soldi prestati dalle banche e rivendi a mille. C’è da sperare che con Taçi, almeno, ci sia risparmiato il solito megapiano edilizio, e che la Giunta si metta il cuore in pace e la smetta di pensare a nuovi stadi visto che va benissimo il Dall’Ara li dov’è.

Come abbia fatto fortuna il signor Taçi non è dato sapere, certo che i soldi non li fa con il mattone: il petroliere albanese ha 38 anni, ed è un personaggio ancora da decifrare. Di lui si sa che ha vissuto a lungo in Italia negli anni ’90 dove si è laureato e lavorava come cameriere per pagarsi gli studi. Nessuno ci ha spiegato però come il cameriere di Novi Ligure si sia trasformato in petroliere, come sia riuscito a mettere le mani sulla distribuzione carburanti del paese delle aquile, fino ad acquisire in tempi recenti la compagnia petrolifera nazionale ARMO in una discussa privatizzazione che molti in Albania hanno visto come una sorta di regalo di stato.
Rezart Taçi vanta amicizie importanti: quella con Berlusconi e Galliani, oppure quella con il presidente albanese Berisha. Ma in fondo cosa importa? Rezart Taçi ha le idee chiare e pare sincero quando afferma che comprare il Bologna per lui è il biglietto d’ingresso in Italia nel club dei ricchi, un mezzo di penetrazione e di pubbliche relazioni per espandere i suoi affari aldilà dell’adriatico, in particolare per quanto riguarda le reti di distribuzione carburanti.
Probabilmente hanno ragione i tifosi, che fiutano a pelle il personaggio e rispolverano un antico motto: pecunia non olet . A puzzare, e molto, era stato il ritorno sulla piazza di Lucianone Moggi, Cloaca Maxima, che a inizio luglio si era profilato come deus ex machina dei destini rossoblù nelle vesti di consulente in pectore della famiglia Menarini.
Le proteste dei tifosi hanno parato il colpo ed evitato al Bologna l’onta di diventare il club di Moggi, l’anima nera del calcio italiano. Ma da qui ad arrivare a dire che Taçi è addirittura “l’antimoggi” ce ne passa: pare infatti che il nuovo direttore generale portato da Taçi sarà Giuseppe De Mita, (proprio il figlio di Ciriaco…), dirigente della Lazio che fu tra i fondatori della famigerata GEA, di cui fu Direttore Generale fino al 2003 quando vendette tutte le sue quote alla figlia di Geronzi. La GEA controllata da Moggi e figlio, divenne poi quello che sappiamo. La posizione di De Mita al processo calciopoli è stata archiviata, ma De Mita ne conserva un bel ricordo: “Io alla Gea ricordo solo brave persone” – ha dichiarato il manager – “era un bel progetto quello avviato insieme, è stata una mia creatura. Dal 2003 sono andato via, poi ho avuto con loro solo un rapporto lavorativo e posso tranquillamente dire di non aver mai ricevuto minacce”.
Una domanda è d’obbligo: perché Taçi ha scelto proprio l’ex dirigente GEA? Non è che Moggi è uscito dalla porta ed è rientrato dalla finestra? Bisognerebbe chiederselo ma si sa, pecunia non olet…o per meglio dire, non Oil.

Paolo Soglia

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