Nuovo stadio, Vecchi sistemi

Bologna ha bisogno di un nuovo stadio? Non pare proprio. Il Dall’Ara è uno dei migliori campi d’Italia. Restaurarlo costa, ma è pure un gioiello storico e magari ne varrebbe la pena.
A favore di un nuovo impianto viene spesso sbandierato il problema della mobilità in zona Andrea Costa e il disagio ai residenti. Proviamo a considerare le cose in modo razionale: allo stadio ci vanno in media, si e no, 15.000 persone; il disagio riguarda in ogni caso 19 pomeriggi domenicali all’anno. In realtà, è solo in 5 o 6 casi, quando si prevede un forte afflusso di tifosi ospiti, che si hanno veri e propri problemi dovuti alle misure di sicurezza.
E’ probabile peraltro che col passar del tempo anche questi fastidi vengano attenuati: divieti di trasferta, “carta del tifoso” e molte altre misure tendono a disincentivare le “transumanze” numerose e disordinate di tifosi forestieri.
Il problema, semmai, è quello dei tifosi bolognesi, molti dei quali si ostinano a voler arrivare col Suv fino in piazza della Pace. Sarebbe quindi il caso di pensare se uno dei trecento sistemi di trasporto messi in cantiere per questo piccolo borgo che ci ostiniamo a chiamare “capoluogo” possa essere utilizzato felicemente anche per trasportare i bolognesi al Dall’Ara. Civis, Metrotramvia, People mover, senza contare autobus, moto, bici private, e i cari vecchi piedi sono sistemi che coordinati fra loro potrebbero consentire un afflusso e un deflusso veloce e ordinato.
D’altronde in quasi tutte le grande città europee gli stadi sorgono in zone semicentrali senza che questo provochi tragedie.
Dunque torniamo alla domanda. A chi serve il nuovo stadio? Non ai tifosi, non ai bolognesi e nemmeno, forse, ai residenti in zona. Serve però, senz’altro, a tutti coloro che hanno in testa di fare una bella speculazione sulle aree. Il nuovo stadio, infatti, altro non è che un grimaldello per rendere edificabile e per cementificare un pezzo di provincia attualmente destinato a campi coltivati o incolti. Che si cerchi di camuffare tutto questo attraverso piani territoriali, cambi di destinazione d’uso, o altre furbizie non toglie sostanza all’operazione: la  più classica delle speculazioni.
Infatti quello che molti omettono è che nell’area destinata al nuovo stadio non sorgerebbe solo l’impianto sportivo ma anche (e soprattutto!) nuovi centri commerciali e immobili a uso abitativo. Ecco spiegato l’interesse di molti imprenditori per le squadre cittadine: che si chiami Romilia o Parco delle Stelle il fine è sempre quello di realizzare una speculazione immobiliare su una nuova area edificabile.
Che questa sia una prospettiva gradita ai costruttori come Menarini è ovvio, che ci siano politici pronti a sponsorizzare l’operazione è molto probabile. Che il Monsignor vicario si metta a far loro da grancassa non è segno di grande stile ma ci dice da che parte tira il vento.

Paolo Soglia

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