“Nessuna prova che Errani istigò”. Le motivazioni della Cassazione

Bologna 17 set.- Non ci sono prove che Vasco Errani istigò i funzionari regionali a mentire nel redigere la memoria che venne presentata in Procura all’indomani di un articolo del quotidiano Il Giornale che raccontava l’allora presunta (poi accertata) truffa dei finanziamenti regionali alla cantina vinicola della cooperativa Terremerse guidata dal fratello Giovanni a Imola. Soddisfazione da parte dell’ex presidente dell’Emilia Romagna che dice che è stata riconosciuta la sua “trasparenza”.

“Non solo non è stata acquisita la prova positiva dell’istigazione addebitata all’Errani, ma tutte le persone coinvolte a vario titolo”, non solo i coimputati, “hanno escluso di avere ricevuto da Errani esplicite o velate pressioni” per alterare il contenuto della relazione oggetto del falso. Sono queste le parole della quinta sezione della Cassazione penale che ha annullato il processo d’appello dopo il quale Errani si dimise da presidente della Regione. L’annullamento riguarda anche i dirigenti di viale Aldo Moro Valtiero Mazzotti e Filomena Terzini.

La Cassazione si è pronunciata il 16 giugno e le motivazioni sono state rese note ieri. Ora, quando il fascicolo tornerà da Roma a Bologna, sarà fissato un nuovo processo d’appello.

Secondo la Cassazione non può essere fatto valere come principio esclusivo il “cui prodest” (“a chi giova”), in base al quale se un imputato è titolare di un interesse pressocché esclusivo non può che essere lui l’autore o il mandante di un reato. La Procura ha accusato Errani di aver fatto redigere una falsa relazione. L’ex presidente era stato assolto in primo grado quando aveva scelto la formula del rito abbreviato e poi condannato in appello ad 1 anno.

Per la Cassazione quella sentenza di colpevolezza non è ben motivata: l’appello avrebbe dovuto chiarire la tesi “al di là di ogni ragionevole dubbio” e non limitarsi ad una lettura alternativa dei fatti. In particolare, partendo dal presupposto che la relazione “non rifletterebbe la realtà che intendeva rappresentare”, la corte d’appello ha ritenuto, diversamente dal gup, che le omissioni compiute fossero la “prova della volontarietà del falso”, e che chi l’ha redatta avesse voluto “occultare all’autorità giudiziaria una realtà di cui gli imputati erano invece a conoscenza”. Il giudice di primo grado aveva evidenziato, al contrario, l’assenza di dolo, rilevando “la superficialità degli accertamenti” e la “contraddittorietà” della decisione di trasmettere una relazione volutamente falsa sollecitando le indagini. Un percorso motivazionale condiviso dalla Cassazione, che lo ritiene “sostenuto da oggettive risultanze processuali”. La Suprema Corte chiede quindi di valutare nel processo bis “il motivo per cui gli imputati, per occultare i supposti favoritismi di cui avrebbe goduto il fratello di Errani, avrebbero scelto la soluzione apparentemente meno logica e cioè sollecitare un accertamento” alla procura, “accollandosi il rischio” che fosse facilmente scoperta la falsità della relazione.

L’ex presidente dell’Emilia Romagna è comprensibilmente soddisfatto e ha commentato che è stata riconosciuta la sua trasparenza. Come soddisfatto è anche l’avvocato Alessandro Gamberini che difende Errani: “La Cassazione ha accolto tutti i profili che avevamo sollevato. La motivazione della Corte di appello era presuntuosa, tutta autoreferenziale, e non misurata sul materiale probatorio – ha detto – Contiamo di avere rapidamente un nuovo processo di appello che non potrà che concludersi con un proscioglimento”.

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