Motta: c’è bisogno di tranquillità – Live a Maps

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25 gen. – “Siamo tutti molto contenti“: e cos’altro potrebbe dire Francesco Motta? Il suo esordio solista, dopo un bel percorso con i Criminal Jokers, ha vinto tutto: il premio Tenco come miglior debutto e il premio speciale PIMI-MEI, solo per citarne un paio. E La fine dei vent’anni è finito nelle posizioni più alte delle classifiche di fine anno di critica e pubblico, compresa quella dei nostri ascoltatori. “Mi sono accorto che il disco piaceva a quasi tutti, il che poteva essere preoccupante: dopo aprile qualcuno ha cominciato a parlarne male… ed è andata anche meglio”, ha raccontato il musicista ai nostri microfoni, ospite venerdì in una puntata di Maps speciale, condotta insieme a Aurelio Pasini, prima di un fine settimana che ha visto Motta riempire con due sold out consecutivi il Locomotiv Club per la rassegna Murato. “Ai concerti c’è un pubblico vario: gente che canta ‘La fine dei vent’anni’, ma va per i quaranta. Insomma, ho dieci anni per fare il prossimo disco”, ha scherzato il nostro ospite, che ha suonato nei nostri studi - per la prima volta in solo acustico – una delle tracce più intense dell’album, “Una maternità”. Ma quello che abbiamo visto nel locale di via Serlio è un concerto molto diverso e intenso da quello di mesi fa, soprattutto grazie alla band che affianca Francesco: “Sono la mia famiglia, i musicisti più forti che ci sono in Italia. Hanno investito tempo, hanno rigenerato canzoni che sono cresciute con loro”.

Con Aurelio abbiamo cercato di esplorare il metodo di lavoro del musicista: “Sono un cantautore, canto le canzoni che faccio. Ultimamente c’è voglia di non prendere posizioni, di giocare con la musica: per me è sempre stata una cosa molto seria, tanto che per scrivere ho bisogno di tranquillità, di stare cinque giorni in una casa, non dico la mia. Quando trovo questa normalità prendo appunti, note vocali… ma tutto parte da una voglia estrema di farlo, perché tutti hanno qualcosa da dire. Ho voglia di scrivere il disco nuovo, ma non ci sono mai, sono sempre in giro”. E stuzzicato su una possibilità di lavoro creativo con orari d’ufficio, à la Nick Cave, dice: “Forse è ancora troppo presto, ma so che il metodo cambia con il tempo. Quando scrivevo La fine dei vent’anni dovevo stare per strada, uscire sempre: ora ho bisogno di solitudine e calma, cose che prima mi facevano paura”. E il rapporto con il mentore/produttore Riccardo Sinigallia? “Siamo una coppia di fatto: ora stiamo iniziando a lavorare al suo disco. Vedersi è una droga per entrambi, ma non faccio da produttore: registro delle tracce e la mia presenza in studio, anche silenziosa, può essere d’aiuto. Sono onorato di stargli accanto mentre lavora”.

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