Motta: l’amore, la politica, la fine dei vent’anni – live a Maps

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5 mag. – La fine dei vent’anni, esordio solista di Francesco Motta, è uno degli album più belli sentiti di recente, già disco della settimana di Maps. Un album di pop d’autore che usa con fantasia ed efficacia ritmi e suoni, in cui trovano posto arrangiamenti originali (che usano anche campane, registrazioni di rumori casalinghi e persino l’audio del preliminare di un video porno) e testi che raccontano un momento di passaggio in modo non banale.

Ieri il musicista è passato dai nostri studi per suonarcene tre canzoni chitarra e voce, anticipando il concerto che Motta terrà al Locomotiv Club (con la band) sabato 7 maggio. Un album per cui l’ex Criminal Jokers dà il merito al produttore, coautore e non solo Riccardo Sinigallia: “Lo devo ringraziare per quello che ha fatto: è stata una sorta di terapia averlo conosciuto e lavorare con lui. Mi ha dato le competenze che mi hanno permesso di dire quello che volevo dire, i mezzi e la consapevolezza per fare ciò che avevo in testa. Mi ha aiutato a capire come si fa, perché avevo delle lacune a livello testuale“. Il musicista romano è stato convinto a occuparsi della produzione grazie ai provini (“Per Riccardo sono sacri, non è uno che ti fa risuonare tutto”) e ha confermato ai nostri microfoni che nel disco ci sono solo canzoni d’amore e politiche: “C’è politica ogni volta in cui sei tu a dire delle cose, anche nelle canzoni d’amore: in questi pezzi dico quello che penso a modo mio“. Una delle canzoni più belle, che Motta ha suonato nei nostri studi, è “Sei bella davvero”, scritta completamente con Sinigallia, che racconta di una transgender con intensità, sincerità e delicatezza, usando poche parole come “scarpe giganti” e “nodo alla gola” per descrivere un personaggio. E Motta aggiunge: “Era importante dire, oltre che  ‘sei bella’ anche davvero, perché solitamente non si dice a una transgender, ci si limita a un ‘sei bella’ o ‘sei bella, ma…'”.

Ogni elemento delle canzoni dell’album è ben dosato all’interno di un concetto unificante, rappresentato dal titolo: “Ho ventinove anni: il titolo doveva essere per forza quello, e l’attenzione al tempo – scegliere bene, non perderlo – è in ogni pezzo. Hai più consapevolezza, scegli di più: non è una cosa brutta. A volte mi dicono che le canzoni sono ciniche e tristi: no, sono piene di speranza e mi sto divertendo più ora a scegliere di quanto facessi anni fa.” Un cambiamento che si riflette anche in un diverso approccio alla musica: “Pensavo di dovere essere aggressivo a tutti i costi, che questo fosse direttamente proporzionale alla potenza. In realtà la cosa importante è incanalarla bene: prima pensavo che punk volesse dire fare casino, mentre mi sono reso conto che le dinamiche sono fondamentali per comunicare, sia nei piani e forti delle canzoni, sia nei testi.” Opera di Sinigallia anche questo? “In realtà è stata Nada a insegnarmi a suonare piano“.
E infine con Francesco abbiamo esaminato due altri punti cardine de La fine dei vent’anni. Il primo è Roma, la metropoli nella quale il musicista si è trasferito e a cui ha dedicato anche una canzone, “Roma stasera”: “Ci vivo da cinque anni e mi piace un sacco: sono meteoropatico e il suo clima mi aiuta molto”. Il secondo è la famiglia: “Con i miei ho un rapporto veramente magico. Spesso i musicisti non dicono queste cose, ma io credo che dire che mia madre è bellissima sia molto più rock che non dirlo”. Una famiglia in cui è entrato anche Sinigallia: “Per me Riccardo è ormai come un fratello: eravamo in macchina e si parlava di una colonna sonora e di alcuni vinili di mio padre raccolti quando era comunista. Lui mi ha detto ‘Devi scrivere una canzone che si intitola Mio padre era comunista’, e io l’ho fatto, scrivendo un testo che è tra quelli più veri del disco”.

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