Max


La prima volta che ho visto Max è stata a una riunione di Radio Città del Capo nel 1993, quando la sede era a Mura di Porta San Felice. All’epoca le riunioni della radio erano con tutti i conduttori e per me, che ero appena arrivato, era normale “studiare” i nuovi amici/colleghi. E ricordo che Max certamente non sembra…va uno che ascoltava world music, dato che la sua infatuazione per la perfida albione risultava palese sia per i suoi modi di fare che per il modo in cui si vestiva. Lui mi guardava e probabilmente mi aveva etichettato come uno che ascoltava musica di merda, visto che indossavo senza alcuna vergogna una maglietta dei Red Hot Chili Peppers. Anche in seguito, dopo essere diventati amici, non si capacitava della mia troiaggine negli ascolti che spaziavano un po’ tutti i generi. Troiaggine che più avanti, quando ha cominciato a curare la programmazione del Covo, colse anche lui che era diventato meno integralista e ascoltava gruppi che un tempo non ci si sarebbe mai aspettati potessero piacergli. La radio nella vecchia sede era certamente meno professionale di quanto non lo sia ora, ma aveva il pregio di essere un luogo di aggregazione dove era stimolante e molto + semplice entrare in contatto con gli altri conduttori. Un martedì pomeriggio ero in radio e lui era in diretta, erano tempi in cui era naturale entrare nello studio anche quando si era in onda. Cominciammo a parlare di musica e si rese conto che la maglietta dei Red Hot Chili Peppers in realtà nascondeva una cultura musicale + ampia, che aveva come punti di riferimento anche i gruppi che lui amava come Stone Roses, Happy Mondays, Charlatans e compagnia bella. Ci si vedeva ai concerti, a Bologna e anche fuori Bologna, ma soprattutto al Casalone/Covo, quando entrambi eravamo semplici avventori e si aspettava frementi arrivasse il Venerdì. O all’edicola sotto le due torri, dove si andava perché si trovavano le riviste inglesi (io compravo il Melody Maker epoca Everett True, lui sia il Melody Maker sia l’NME che probabilmente era in grado di recitare a memoria prima che uscisse il numero della settimana successiva). In quell’edicola lavoravano Dedu, Yanez e Federico Ferrari che erano anche tra coloro che animavano lo stabile di Viale Zagabria in quegli anni, e l’edicola spesso si trasformava in un salotto buono per intenditori di musica. Mi invitava sempre alle serate in cui era impegnato come dj, che fosse al 38 occupato di via Zamboni, al Livello o al Velvet di Rimini dove per un periodo ha divulgato il verbo del britpop fuori da Bologna. Il 1994 e il 1995 furono anni d’oro per la musica che piaceva a Max, che era quasi esclusivamente inglese e quasi esclusivamente “pop”. E anche all’interno di questo genere c’erano i gruppi che era ok amare e quelli invece che se si diceva che piacevano si era degli sfigati. E’ un periodo che amava ricordare spesso come il migliore dal punto di vista musicale e forse anche personale. Quando nel 1995 col satellite captavo BBC Radio One e tutti i giorni registravo la Evening Session di Jo Whiley e Steve Lamacq e anche le Peel Sessions (programmi che Max ascoltava regolarmente quando viveva in Inghilterra), la nostra frequentazione cominciò a diventare più assidua. Le registravo su vhs, così la qualità era + alta, e poi mettevo i pezzi novità su cassetta audio. Era molto meticoloso come procedimento e i miei studi certamente ne risentirono.. però chi ascoltava i nostri programmi in radio poteva tranquillamente dire di abitare a Londra dato che mettevamo canzoni con mesi di anticipo rispetto all’uscita nei negozi e in Italia, senza false modestie, nessuno era tanto “avanti” come lo si era noi. Ricordo che era stupito gli prestassi quel ben di dio senza chiedere nulla in cambio, fu forse quello il momento in cui la sua stima nei miei confronti si estese anche alla persona oltre che al conoscitore di musica. Ricordo la stanza a casa dei suoi con la collezione di dischi, e quell’odore di sigaretta di cui si impregnavano anche le cassette che gli prestavo. Quando Norman records aveva ancora il catalogo cartaceo che inviava per posta glielo passavo così facevamo gli ordini assieme per risparmiare sulle spese di spedizione, una consuetudine andata avanti per anni. Al Covo subentrò nel 1997, quando sembrava che dovesse chiudere se non si trovava qualcuno con le competenze, l’energia e il tempo di riaprirlo in situazione di semi-occupazione. E lui era la persona giusta al momento giusto, visto che nessuno dei ragazzi del Covo aveva dubbi sulla genuinità della sua passione per il locale che aveva frequentato da utente con tanta costanza. E fu proprio Max a credere per primo in me come dj, ricordo la telefonata in cui mi chiese di cominciare a mettere i dischi al Covo (quando c’era solo la sala bar dello spazio concerti aperta con la gente seduta ai tavoli). Io, che ero abbastanza perfezionista e anche molto rispettoso di chi era più scafato/grande di me, ricordo gli dissi qualcosa del tipo “non credo di essere in grado o di avere abbastanza dischi”, ma lui mi convinse e così cominciò la mia avventura come dj. Mi piace pensare che abbia avuto buon fiuto, dato che poi il Venerdì del “nuovo” Covo divenne prima di culto e poi di grande successo (e il fatto che si sentano ancora i brani dell’epoca nelle scalette degli attuali dj mi fa pensare che sia stato fatto qualcosa di duraturo che ha influenzato tante persone). Quando arrivavano le proposte delle agenzie per i concerti mi chiedeva sempre dei pareri, che azzeccavo spesso e questo lo portò anche a chiedermi di organizzare concerti con lui (anche fuori dal covo). Cominciai a guadagnare le mie prime lire e a pensare che la mia vocazione – come per lui non era certamente quella di consegnare pacchi col furgone delle poste – non era forse quella di studiare economia e commercio ma di lavorare nella musica. Dato che è quello che faccio anche adesso – con lo stesso entusiasmo e passione che avevo quando ero semplicemente volontario in radio – non posso che essergli per sempre grato per avermi dato fiducia e spinto a seguire le mie passioni. L’altra passione comune era quella per il Bologna FC, specie quello di Carletto Mazzone che era un suo idolo. All’epoca eravamo molto in confidenza, e sapevamo di potere contare l’uno sull’altro anche nei momenti di difficoltà nelle nostre vite private. Poi questo tipo di confidenza si è perso una volta che la mia strada si è separata da quella del Covo, ho sempre pensato che prima o poi avremmo potuto recuperare lo stesso tipo di rapporto ma evidentemente ormai non potrà più accadere, almeno in questa vita. Ultimamente ci sentivamo quasi solamente per le rispettive programmazioni di concerti, in modo da evitare quando possibile di farci concorrenza. Abbiamo sempre avuto un tipo di ironia (ed auto-ironia) molto simile, che rendeva divertente ricevere da lui commenti come questo che ho ripescato dalla foltissima cartella “massimiliano” del mio windows mail: “Il nostro programma di aprile è il più schifoso di sempre, certo che anche il tuo non scherza…. “. Ogni volta che torno al Covo provo una sensazione immagino assimilabile a quella che i brasiliani chiamano saudade, avendoci passato un bel pezzo della mia vita (gli aneddoti sarebbero centinaia). Ora mi mancherà anche la sua presenza, pur essendo certo che Daniele, Marzio, Yogi e tutti coloro che rappresentano oggi il Covo continueranno a mantenerlo un punto di riferimento culturale per la città (e non solo) come lo è stato per questi 30 anni. Anche ora che lavoro al Locomotiv sarà naturale pensare a lui imboccando il viale del parco del dopolavoro ferroviario, dove per un paio d’anni a cadenza settimanale andavamo a giocare esilaranti partite di calcetto con Ferruccio punta fissa che non tornava mai in difesa (forse anche per l’attillatissima maglietta di Totti che amava indossare nonostante non fosse esattamente della sua misura..).
Ciao Max, GRAZIE

Giovanni GandolfiUnhip Records/Locomotiv Club/Radio Città del Capo

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