Celebrò un matrimonio “in punto di morte”. Frascaroli indagata per falso

Bologna, 11 mag. – L’assessore al Welfare del Comune di Bologna, Amelia Frascaroli, ha ricevuto nei giorni scorsi un avviso di fine indagine per aver celebrato all’ospedale un matrimonio civile in punto di morte di uno dei due coniugi. Risponderebbe di falso ideologico per aver firmato il 22 luglio 2013 l’atto di nozze, pur sapendo – nell’ipotesi d’accusa – che l’uomo di 71 anni, che stava unendo con una donna ucraina di vent’anni di meno, non era più in grado di intendere e di volere. L’uomo sarebbe morto poco dopo, lo stesso giorno. L’inchiesta del Pm Simone Purgato, che coinvolge anche altre persone, tra cui la stessa ucraina, è partita da una denuncia dell’ottobre 2013 dell’ex moglie del 72enne, come l’ex marito vigile urbano in pensione. Poi c’è stata anche una seconda denuncia, del figlio, assistito dall’avvocato Antonella Rimondi. I familiari del pensionato ipotizzano la circonvenzione d’incapace: secondo loro l’uomo, che viveva con l’ucraina da qualche anno, non aveva intenzione di sposarla. Ad aprile 2013 l’ex vigile si ammalò e negli ultimi giorni di vita la nuova compagna sarebbe riuscita ad ottenere un testamento davanti ad un notaio, il 16 luglio, con cui veniva nominava erede universale. E a sposarsi con lui il giorno della morte, con quatto testimoni.
Non potevo saper nulla: non era neanche il mio turno di reperibilità. Sostituii all’ultimo momento una mia collega assessore impegnata in consiglio comunale, che mi chiese se potevo andare io a celebrare questo matrimonio in extremis. Andai senza conoscere né il caso, né la situazione”. Lo dice l’assessore al Welfare del Comune di Bologna Amelia Frascaroli, interpellata dall’Ansa. “Trovai una persona che non parlava – spiega l’assessore – ma comunque rispondeva a cenni, a gesti. Dava evidenti segni di essere presente e vigile rispetto alle domande che gli venivano poste, con gesti eloquenti. Dopo di che, il resto lo accerterà l’autorità giudiziaria”. Frascaroli aggiunge che insieme alle pratiche, c’era un certificato di alcuni giorni prima che “diceva semplicemente” che il paziente “non era più spostabile”. La segreteria generale del Comune, dice ancora l’assessore, “mi spiegò che si possono produrre anche dieci atti che dicono se la persona è capace o incapace di intendere”, ma quella che conta “è quella attestata o valutata al momento del rito”. (ANSA)

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