Marzabotto, saluto fascista in campo. Futa Calcio: “Pronti a ritirare la squadra”

Bologna, 14 nov. – “Questa situazione ci sta facendo un gravissimo danno, non solo dal punto di vista sportivo”. A dirlo è Enrico Dini, fondatore della 65 Futa Calcio di Loiano, club al centro della bufera dopo che un suo attaccante, Eugenio Maria Luppi, ha mostrato in campo una maglietta fascista e si è esibito in un doppio saluto romano nello stadio di Marzabotto. Non certo un luogo neutro, visto che il paese dell’Appennino è stato teatro di uno dei peggiori eccidi della Seconda Guerra Mondiale. A Montesole, nel territorio a cavallo tra Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, furono uccise per mano di nazisti e fascisti 770 persone, in gran parte donne, anziani e bambini, tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944.

Il giocatore protagonista dei fatti è stato sospeso dalla sua società (inizialmente si è giustificato con un “stavo salutando papà”), ma ora il suo gesto potrebbe avere conseguenze anche per tutta la squadra, che rischia essere ritirata dal campionato di seconda categoria dilettanti dove milita. “Non lo escludiamo affatto, potremmo ritirarla definitivamente“, spiega Enrico Dini, fondatore della società sportiva. Dini respinge ogni responsabilità, prende le distanze dal suo giocatore e si dice dispiaciuto, amareggiato (“tutti noi lo siamo”) e disponibile a eventuali atti ripatori come richiesto ad esempio dal Presidente della Regione Bonaccini, che chiede alla società di andare al Sacrario dei caduti di Marzabotto.

Al di là dei gesti riparatori simbolici Dini teme però di dover ritirare la squadra dal campionato, non tanto per le decisioni che arriveranno dalla giustizia sportiva (che potrebbe eventualmente punire anche la società), quanto per le ricadute economiche e ambientali di quel che è successo domenica. “Se devo portare i miei giocatori in trasferta a prendere insulti allora preferisco lasciare stare. Noi – ragiona Dini, fondatore del club nel 1999 e ora consigliere – viviamo dei contributi da piccoli commercianti. Chi ci darà ancora soldi dopo quel che è successo?”.

 

      Enrico Dini - 65 Futa

 

La Futa Calcio si è difesa ieri con un comunicato su Facebook ma poi vista l’ondata di commenti sul social – alcuni molto aggressivi – chi gestiva la pagina ha deciso di oscurarla, almeno per il momento. Questa sera i giocatori si vedranno, con lo staff e i consiglieri del club. E proprio questa sera si parlerà tra le altre cose di un eventuale ritiro della squadra. Perché la situazione potrebbe in prospettiva non essere più sostenibile economicamente, con il nome della Futa ormai associato al fascismo, e perché non tutti i calciatori se la sentirebbero di affrontare future trasferte. Di sicuro c’è che sono pochissimi quelli che nel club vogliono in questo esporsi pubblicamente.  “Abbiamo un grande problema – ha spiegato ancora Dini –  e mi sono meravigliato di quei sindaci che hanno puntato il dito contro di noi senza sapere nulla. Il comportamento del nostro attaccate non potevamo prevederlo, e nessuno si è accorto nello spogliatoio della maglietta fascista. Se avessimo avuto anche solo il sentore di qualcosa avremmo preso le contromisure”, aggiunge Dini. Una posizione non condivisa da molti internauti, e anche da alcuni presenti allo stadio domenica a Marzabotto. “Com’è possibile che la società non sapesse? – ha tuonato Tullio Nanni, parente di vittime dell’eccidio di Marzabotto – Negli spogliatoi tutti vedono tutti, e quella maglietta non poteva passare inosservata“.

 

      Tullio Nanni

 

La difesa di Dini arriva lo stesso giorno in cui il sindaco di Marzabotto Romano Franchi – che aveva stigmatizzato il gesto dell’attaccante – ottiene solidarietà e vicinanza dal primo cittadino di Gubbio Filippo Mario Stirati.  “Anche Gubbio – ricorda Stirati – porta i segni di ferite ancora aperte, con l’eccidio di 40 civili compiuto il 22 giugno del 1944 per rappresaglia dalle truppe nazifasciste in ritirata, ed è accumunata a Marzabotto, insieme ad altre terribili stragi in Italia, dalla esecrabile vicenda del cosiddetto ‘armadio della vergogna’, rimasto chiuso fino alla scoperta avvenuta nel 1994, e contenente i dati riferiti a ufficiali delle SS responsabili di crimini di guerra dal 1943 al 1945”. Per il sindaco di Gubbio “non è esercizio di memoria fine a se stesso, tenere vivi e presenti gli episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti in Italia dopo l’8 settembre”.

 

 

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