Mark Stewart: “Mi sento un rifugiato nel mio stesso Paese”

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3 feb. – “Bologna è la mia seconda città del cuore dopo la mia Bristol”: comincia con una spudorata dichiarazione d’amore nei confronti della nostra città la lunga e vivace intervista che Mark Stewart del Pop Group (atteso a Ravenna mercoledì prossimo per una data al Bronson) ha concesso a This Is Not an Exit ieri sera. “Quando eravamo giovani venivamo in Italia con la band e con le Slits e c’era un tipo, Red Ronnie, che aveva messo su un festival gigantesco, legato al movimento politico di allora: eventi che mi hanno segnato e che non erano così frequenti nell’Inghilterra dell’epoca”. A quarant’anni dall’esordio, il Pop Group ha fatto uscire recentemente un disco, Honeymoon on Mars, ma il mondo non è cambiato sostanzialmente: “Le somiglianze tra Reagan, Trump, la May e la Thatcher sono tante: mi ricordo che quando andavo a vedere i Clash da giovane, ero convinto che sarebbe scoppiata la Terza guerra mondiale. Esattamente come ora.”

Ma Stewart è pronto a rivedere ai nostri microfoni anche qualche credenza giovanile: “Mi fidavo troppo dei punk rocker, ci ho messo davvero molto nel punk. Poi, quando ne ho conosciuto qualcuno, mi sono reso conto che era solo gente che suonava rock un po’ più duro, ma che non aveva idea di quello di cui stava cantando: indossava la politica come un abito”. Anche oggi c’è un sacco di gente consapevole di come vanno le cose, che vorrebbe cambiare il mondo, “ma non si impegna”. E dire che c’è internet, che permette di trovare tante informazioni, paragonarle: “Per me trovare nuove teorie politiche ed economiche è eccitante tanto quanto trovare nuovi suoni”, ha raccontato Stewart, ponendo però l’attenzione su come si usa la tecnologia. “Mio padre era una specie di scienziato pazzo negli anni ’50 e ’60, un visionario, e la fantascienza di quel periodo ha stimolato persone come lui a costruire il futuro: probabilmente l’approccio futuristico e aperto della mia musica arriva da là. Anche oggi bisogna pensare al futuro e all’oceano di possibilità che offre. Questa è l’idea che è alla base di Honeymoon on Mars: è una storia di alienazione, pensare al nostro come un pianeta di alieni, governato da pazzi. Ho questa visione di me che mi sveglio dopo una festa e cammino come se fossi su Marte con un vestito da sposa e un paio di Dr Marten’s ai piedi. I miei amici dei Primal Scream cantano ‘Mi sento un rifugiato nel mio stesso Paese’, ed è così che mi sento”.

L’energia di Stewart è fluviale, come potete ascoltare dall’intervista qua sotto, in cui si sottolinea la responsabilità personale di ognuno rispetto alla situazione del mondo: “Non sarei quello che sono senza Gramsci, Dalì, Bowie, senza persone che hanno usato la propria vita per innalzare vessilli e costruire il futuro del mondo. Non penso di avere necessariamente ragione, ma se non altro lancio delle idee nell’atmosfera, come nella band lanciamo linee di basso, beat hip-hop e punk funk: fa parte della creazione, non ha nulla a che fare con il predicare, è caos creativo“. Una creatività dirompente che si serve della tecnologia in maniera particolare: “Noi la disprezziamo, ma in studio ne abusiamo, collegando cose diverse tra loro, creiamo mutazioni e ibridi, come i mostri di un film dell’orrore: mischiamo noise giapponese e ritmi reggae. In studio il tecnico ci dice che stiamo facendo saltare tutto, ma noi siamo come bambini in un laboratorio di chimica. Cerco sempre nuovi suoni! Se non sbaglio John Cale ha appena fatto una sinfonia usando droni… Si tratta di controllare i mezzi di produzione: oggi non c’è censura di alcun tipo, le tecnologie costano poco e i controlli sono saltati. Sono nate nuove scene di rilevanza internazionale, compresa in Italia, con gente come Not Waving e Lay Llamas“, ha concluso il musicista entusiasta.

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