Manuel Agnelli: “Non dobbiamo più dimostrare nulla”

Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

14 set. – Domani comincia l’edizione 2016 di X Factor: del popolare talent di Sky si è cominciato a parlare mesi fa, con tono – ovviamente – polemico, quando è trapelata la notizia che Manuel Agnelli sarebbe stato uno dei giudici della trasmissione. E il mondo si è diviso: da un lato chi accusava il leader degli Afterhours di tradimento, dall’altro chi “dava il permesso” al  musicista di fare ciò che voleva. Nel frattempo la band inseriva a pieno titolo nell’organico Stefano Pilia e Fabio Rondanini e dava alle stampe uno dei suoi dischi più duri, Folfiri e Folfox. Intorno a questi temi ruota l’intervista che abbiamo realizzato ad Agnelli durante una delle ultime puntate della nona stagione di Maps, e che pubblichiamo in vista del penultimo concerto del tour estivo della band, che si terrà sabato all’Estragon (non più all’Arena Puccini) nel programma di Tutto Molto Bello.

Folfiri o Folfox è un titolo che potrebbe richiamare mondi fatati: e invece no, le parole che lo compongono sono due protocolli di chemioterapia usati per il trattamento dei tumori intestinali, la stessa malattia che ha colpito fatalmente il padre di Agnelli.

Hai trovato difficoltà a parlare di cancro, di cui parla Folfiri o Folfox, in radio o giornali. Come mai?
Non so se sia stato davvero così. Sicuramente non è un disco che parla di cose allegre, non è comodo né leggero. Quindi ci possono essere politiche redazionali in alcune radio o giornali che non prediligono o non spingono per argomenti così pesanti. Io non credo che non ci sia la volontà di parlare di certe cose. Credo che ci sia l’opportunità di non farlo e alcune radio e giornali sono molto leggeri, trattano solo argomenti leggeri e hanno un’impostazione spostata sulla comunicazione più leggeri, senza piani né disegni.

Folfiri o Folfox è associabile alla parola cambiamento in tanti modi: quello tuo personale, quello della line up della band, nel modo di produrre il disco. Da dove vogliamo cominciare?
Direi dall’album, che è chiaramente il risultato di un cambiamento personale che è molto difficile da spiegare in due parole. L’album è stato registrato ed assemblato in maniera molto diversa rispetto al passato, poiché siamo rimasti separati, non siamo mai stati nella stessa stanza: ci siamo spediti i file l’uno con l’altro, in modo di avere non solo il tempo, ma anche la libertà psicologica di poter rielaborare le parti senza dipendere dalla performance del momento. In poche parole: prima facevamo una jam in una stanza e quello che ne usciva era considerato il meglio possibile. In realtà lavorando separati abbiamo la possibilità di fare quattro, cinque o sei versioni dello stesso pezzo e quindi di scegliere quella che davvero è il meglio per la composizione finale. Dopo anni di jam insieme, quel metodo di composizione ci aveva un po’ saturato. Per cui non tutti i cambiamenti sono stati legati ai nostri cambiamenti di vita negli ultimi anni: alcuni ci sarebbero stati comunque.

Ascoltando il disco si percepisce una forte coesione tra testi e musiche, ma in realtà le parole sono arrivate dopo: ci racconti perché hai lavorato così?
Noi abbiamo sempre composto il 60-70% delle musiche prima e poi abbiamo inserito le liriche, dopo la metà del lavoro: è sempre successo, un po’ perché non mi voglio fare condizionare dalle parole, è sempre stata una mia regola. Quando abbiamo iniziato a suonare volevamo staccarci dalla tradizione cantautorale italiana, che alla fine metteva degli accordi come scusa per sostenere le parole che erano il centro del discorso. Però raccontare in maniera didascalica, troppo precisa, con poche immagini mi è sempre sembrato poco magico: per questo mi sono avvicinato alla musica anglosassone, un po’ perché i suoni mi piacevano, un po’ perché c’era una parte di analisi e di mistero dei testi che era solo dell’ascoltatore. Ho voluto riprodurre tutto questo: i miei testi, che per me significano cose molto precise, però possano avere anche un’interpretazione personale da parte di chi ascolta. Per fare tutto ciò rimango fedele alle linee melodiche create prima, o alla struttura dei pezzi nati prima di tutto come intuizione musicale: è chiaro che incastrarci l’italiano non è facile, perché non è una lingua nata per essere cantata nel rock’n’roll. C’è quindi un lavoro facile per me, diventato un po’ di mestiere, ma in alcuni casi devo limare tanto le parole prima di farle funzionare: è un processo macchinoso e doloroso, mai davvero semplice, ma d’altro canto è il mio marchio di fabbrica, quindi ci sta che sia così.

Ho l’impressione che in questo disco ci sia un mettersi alla prova con tutto: con i suoni, i testi, la lunghezza, con tutto quanto.
Non sei il primo che lo dice, ma la realtà è che invece ci siamo liberati dall’ansia di prestazione. Le cose strane nel disco non sono tali perché “vogliamo farlo strano”, ma perché così ci sono uscite. C’è stata una reale libertà nel suonare, tant’è vero che non abbiamo sentito la pressione di dover fare diciotto canzoni: ho sentito commenti sul fatto che ci siano alcuni pezzi a fuoco e altri meno, ma io non sono d’accordo. Non dobbiamo per forza fare canzoni, ma musica: il che non vuol dire fare per forza strumentali o creare soundscape, ma anche canzoni che non hanno una struttura tradizionale, che si svolgono in maniera più emotiva, anche tecnicamente. La canzone “strofa-ritornello-assolo-ritornello” la facciamo, l’abbiamo sempre fatta e ci piace ancora, ma non dev’essere una regola. Questo non vuol dire però prendersi dei rischi, ma essere definitivamente liberi e giocare con la composizione, anche perché non pensiamo di dovere dimostrare nulla: facciamo i dischi perché abbiamo bisogno di dire delle cose, non perché dobbiamo dimostrare di essere bravi.

C’è un’idea nel disco, o nel modo che avete avuto di affrontarlo, di quanto possa essere sorprendente la vita?
Sì, decisamente sì. C’è la voglia di sorprendersi, di non dire “ho già visto tutto, so già tutto, so come andrà a finire”, un’attitudine che in passato ha permeato qualche nostro disco, Padania soprattutto. Episodi drammatici e definitivi ti fanno vedere le cose da un altro punto di vista, ti fanno cambiare i pesi e le misure, ti fanno cambiare opinione sul mondo e su quello che è importante e scombussolano completamente l’idea che avevi della vita: è qualcosa di violento, ma anche di positivo, perché se riesci a reagire puoi ripartire con una consapevolezza diversa. Nel disco c’è il passaggio di energia, la volontà di rinascita e tutto dipende da questa concezione: è una conseguenza della libertà che uno si sente nella vita, in tanti gesti. Anche il fatto di andare a X Factor, altre decisioni della mia vita più private, sono gesti di una libertà più nuova, rispetto a tutto un insieme di regole, di impostazioni, di ambiente che non condizionava, ma, in un modo o nell’altro, dettava le nostre linee guida come musicisti.

Si percepisce, in effetti, un senso di libertà, non necessariamente abbinato a un “vaffanculo” a tutto il resto: mi sembra più un “vado per la mia strada, perché è quello che voglio fare”.
Sì, è molto corretto quello che dici: non c’è assolutamente un rinnegare nulla, non è menefreghismo. Si tratta solo di una presa di coscienza.

Come si sono introdotto negli Afterhours Rondanini e Pilia? Erano già in tour con voi, ma immagino che lavorare a un disco sia piuttosto diverso…
Lo è, soprattutto psicologicamente per loro: si sono inseriti in maniera stupefacente. Spesso uno deve assorbire il carattere della band e poi ci si adatta, talvolta troppo, rischiando di non apportare novità. Fabio conosceva bene la band ed è arrivato cercando di portare qualcosa di nuovo nell’interpretare la musica degli Afterhours: è un talento straordinario che ci ha dato molto materiale che poi abbiamo utilizzato per il disco nuovo, è stato un innesto attivo, da subito. Stefano ha un carattere molto più introverso e sfumato e ha lavorato tantissimo sotto traccia, ma quando abbiamo riascoltato il disco ci siamo resi conto che ha orchestrato il disco in maniera fantastica, per cui è stato più dimesso, ma nel disco c’è tantissimo del suo suono. Sono due caratteri diversi e complementari, due musicisti dal bagaglio di esperienze ricchissimo, hanno suonato con un sacco di gente di diversa estrazione. Siamo solo all’inizio, porteranno ancora molte cose, ci aiuteranno a cambiare di nuovo, perché non vogliamo fermarci mai: abbiamo un carattere, ma lo usiamo proprio per spaziare il più possibile all’interno del rock, eh, per carità.

Come avete ideato la scaletta? Mettere in fila diciotto brani non è facile.
Questa domanda mi permette di dire che il disco è necessario non solo perché buttiamo fuori le tossine e ci sfoghiamo, ma perché volevamo sviluppare un percorso, quasi un musical, se vuoi. Alcuni di questi pezzi, estrapolati dall’album e ascoltati da soli, hanno meno senso di quanto ne abbiano all’interno del percorso del disco. Per la maggior parte dei brani non è così, ma alcuni hanno un senso forte solo nel disco. Questo ci ha aiutato molto nel dare un ordine ai brani: sapevamo come iniziare, sapevamo come finire, e quali erano i punti cardine all’interno dell’album. Per esempio abbiamo pensato da subito che “Grande” sarebbe stata l’apertura, e “Se io fossi il giudice” la chiusura. E poi ci sono all’interno del disco pezzi come “San Miguel”…

Uno dei brani che mi ha incuriosito di più…
Parla di superstizione. Avevo sentito la preghiera dei piloti che portavano la cocaina dal Perù alla Bolivia e che tutti volevano ammazzare. Diventavano ricchissimi molto presto, da giovani, però morivano da giovanissimi. Questo mi ha dato il la per parlare di superstizione rispetto alla vita e alla morte, qualcosa da affrontare quando sei davanti a momenti così cruciali. Nel disco ci sono due o tre tipi di superstizione: quella nera, la sfiga, quella volgare che c’è ne “Il mio popolo si fa”, che è quella più violenta nella nostra società; e poi c’è la superstizione bianca, quella che si rifiuta di fermarsi alla razionalità, che cerca qualcos’altro, che arriva in momenti come questo. Sapendo dove mettere questi tasselli, alla fine abbiamo costruito il disco in maniera molto musicale, molto naturale, perché il resto non doveva essere un racconto didascalico o una storia con uno svolgimento: doveva essere una storia emotiva ed è stata composta musicalmente. Hai presente quando facevamo le cassettine da ragazzini? Ti facevi le tue compilation con i pezzi che ti piacevano di più. Be’, è stato più o meno così: abbiamo individuato i punti fissi e all’interno di questi ci siamo mossi con l’orecchio, cioè emotivamente.

Ne parli come alcuni scrittori descrivono il modo di comporre un romanzo.
Guarda, non voglio essere presuntuoso, ma scrivere dei dischi, degli album, non è molto diverso dallo scrivere dei libri. Per questo mi piace così tanto il formato album e non lo mollerò mai, anche se è fuori moda: addirittura abbiamo fatto un doppio, che forse è la cosa più fuori moda che potessimo fare. Sono molto legato a questa possibilità narrativa e in più stavolta avevamo proprio una cosa da raccontare, delle cose da dire per cui ci è venuto in aiuto anche il formato. Per me scrivere testi non è uno sport di serie B: è letteratura, letteratura in pieno, per quanto diversa dallo scrivere poesie o racconti.

Quando sono venuti i Verdena a parlare di WOW, mi hanno raccontato dello sbalordimento della Universal al cospetto di un album doppio. Con voi com’è andata?
(ride) No, con noi è andata bene perché sono andati avanti loro, e quindi… I Verdena ci hanno aperto la strada!

Allora attenti che il prossimo ve lo fanno uscire in due volumi…
Abbiamo parlato di diversi modi di fare uscire questo disco: anche noi abbiamo pensato a due volumi, all’inizio, ma poi non ci è parsa una buona idea proprio per il tema. Sviluppare argomenti del genere in due volumi poteva diventare autocompiacente. Non volevamo che fosse l’elaborazione di un lutto, né piangerci addosso o fare un’epopea. Quando gli abbiamo proposto il doppio non hanno battuto ciglio, perché comunque con WOW penso abbiano avuto un’esperienza fantastica anche in Universal. Questo è un periodo di crisi, ma paradossalmente si sono distrutti una serie di standard che tenevano in scacco l’industria musicale, non ci sono più regole: se fai una cosa bella, significativa e la presenti nel modo giusto, funziona, o comunque comunica in un modo o nell’altro. Questo è un disco ostico, ostile, pesante, che parla di cose scomode, sta andando molto bene, semplicemente perché la gente ha bisogno di legarsi a dei contenuti, più che a operazioni ben fatte o a piattaforme tecnologiche eccitanti da utilizzare. Secondo me torneremo lì, a un certo tipo di contenuti.

Parliamo di X Factor: qual è il tuo obiettivo, qual è la cosa che temi di più e qual è quella, invece, che non vedi l’ora di vivere?
Gli obiettivi sono due: il primo è portare la mia visione là in mezzo, nell’unico posto in cui si fa musica in televisione oggi, con tutti i limiti del talent, è uno spettacolo televisivo che ha riportato dopo anni la musica al centro del piccolo schermo, dopo anni. Prima dei talent, che – ripeto – sono un modo approssimativo di rappresentare la musica, la musica in tv era sparita totalmente, c’era solo Sanremo. Penso che questi programmi siano comunque delle opportunità, che voglio sfruttare portando la mia visione delle cose, raccontando cosa penso io della musica, perché la faccio e perché andrebbe fatta. Voglio cercare di raccontare anche le distorsioni di un certo tipo di pensiero sulla musica. Questa è la cosa più facile. Il tutoraggio è un’altra delle cose che ho fatto sempre e che anche lì avrò occasione di fare, perché alla fine X Factor è una grossa scuola di musica e a livello professionale per chi ci va sarà un’esperienza pazzesca, al di là del risultato. La produzione è incredibile ed è un’esperienza professionale gigantesca. E poi c’è il motivo esterno,  la visibilità: molti parlano dei soldi, e diventano più banali di chi vogliono criticare. Alla fine i soldi sono tanti, ma me li faccio anche andando in tour: avrò invece una visibilità che non ho mai avuto e che mi darà la forza e il potere per portare a termine i progetti che da adulto mi stanno molto a cuore, legati alla parte più burocratica e politica della musica, ancora molto fumosa, e a un certo tipo di rappresentazione culturale che paradossalmente è una delle cose che un gruppo di rock’n’roll dovrebbe fare, portare la musica tra la gente, e invece il nostro ambiente è diventato sempre più ristretto, elitario, snob e sempre più fascista, da un certo punto di vista. Ci sono regole che vanno rispettate, se no diventi un reietto: ma il rock’n’roll e la musica popolare non sono nate per questo. Intellettuali di altro spessore hanno cercato di portare la cultura tra la gente, ed è questo che dobbiamo fare, con ogni mezzo necessario.

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