“Mafie e corruzione. Il silenzio della politica”

Nel giorno del suo saluto alla città di Bologna, dove per cinque anni ha guidato la Procura e, segnatamente, la Direzione distrettuale antimafia, Roberto Alfonso fa un bilancio della sua attività. A poche settimane dal suo insediamento a capo della Procura generale di Milano, confida la propria delusione per la poca collaborazione ricevuta sul fronte dei reati contro la pubblica amministrazione. Lo fa citando i casi che hanno riguardato il mondo politico, dal processo Terremerse che ha portato alla condanna (poi annullata in Cassazione) di Vasco Errani, all’inchiesta sul Civis che ha lambito ad un certo punto anche l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca. Ma è più in generale che si spinge la sua constatazione.

Parlando del lavoro svolto sul fronte del contrasto alla criminalità mafiosa, ha quindi descritto l’Emilia-Romagna come “terra di mafia, seppur non nel senso in cui può esserlo la Sicilia e la Calabria. Non è una zona in cui la mafia o la ‘ndrangheta controllano del territorio. Ma è una terra dove hanno fatto affari. E li hanno fatti bene, con grande loro vantaggio”. Tuttavia l’Emilia-Romagna, ha detto, “è una terra ormai infiltrata, dove c’è radicamento. Non ci si sono stati conflitti armati tra clan e gruppi, anche se a Reggio c’è stato un periodo in cui c’erano incendi a centinaia”. E rispetto a quanto emerso con l’inchiesta Aemilia e, in precedenza, con quella Black Monkey ha proposto una sua analisi rispetto alle peculiarità degli insediamenti mafiosi emiliani rispetto a quelli in Lombardia, Piemonte o Liguria.

Alfonso ha affermato, tra il resto, di aver voluto in questi anni “tracciare un percorso” anche rispetto al contrasto del traffico di stupefacenti.

Congedandosi coi cronisti prima del suo trasferimento a Milano, il procuratore ha infine denunciato il fatto che la Procura bolognese ha finito i soldi per la benzina delle auto che ogni giorno vengono usate per spostare magistrati e fascicoli su e giù per l”Emilia-Romagna. “Non abbiamo più la benzina per mandare i colleghi a rappresentare l’accusa nei Tribunali del distretto. Ho scritto al ministero, informato il procuratore generale – rivela Alfonso – abbiamo già fermato due macchine e ho detto ai colleghi che quando non ne avremo più neanche una a disposizione andranno in trasferta con la loro macchina, in treno o in pullman e rimborseremo loro le spese della trasferta, se sarà possibile farlo”.

 

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