Mafie. La ‘ndrangheta ha stravolto la reputazione dell’Emilia

Bologna, 2 mar – La ricostruzione dei rapporti politica-impresa-istituzione-‘ndrangheta alla base dell’indagine Aemilia della Dda di Bologna è stata “in grado di stravolgere la reputazione di quella che, ormai, potremmo dire, una volta, era orgogliosamente indicata come una Regione-modello, ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti”. La Direzione nazionale antimafia sintetizza così l’impatto dell’inchiesta di ‘ndrangheta che a gennaio 2015 ha portato a 117 ordinanze di custodia cautelare e ad un processo in corso con oltre 200 imputati, tra rito abbreviato e ordinario. Secondo il consigliere Cesare Sirignano, che ha curato il capitolo della relazione sul distretto di Bologna, le misure sono state un duro colpo all’organizzazione ‘ndranghetistica autonoma legata alla Cosca Grande Aracri di Cutro. “Negli ultimi anni – si legge – qualcosa è cambiato e continua a mutare, sebbene lentamente, come l’effetto di una medicina in un corpo gravemente malato e aggredito da una patologia diffusa”.

Nel descrivere le peculiarità del territorio emiliano-romagnolo nei confronti della presenza mafiosa, la relazione individua una regione “fino a qualche anno fa esempio di buona amministrazione” che “ha subito una profonda trasformazione e si presenta caratterizzata dai tratti tipici dei territori infestati dalla cultura mafiosa”. Non è un caso, prosegue il testo, “che all’elevato numero delle attività criminali riconducibili alla ‘ndrangheta, così come ricostruito dalle indagini e dalle sentenze, non ne corrisponda uno altrettanto apprezzabile di denunce da parte delle vittime”. Anche in Emilia-Romagna “infatti, il silenzio e l’omertà anno caratterizzato l’atteggiamento della società civile rallentando il formarsi di una piena consapevolezza della reale dimensione del fenomeno e compromettendo e rendendo più complessa una tempestiva ed efficace azione di contrasto”. L’indagine ‘Aemilia’ e le azioni di repressione ad essa collegate hanno ottenuto dunque “uno straordinario risultato non solo sul piano investigativo ma, soprattutto, per l’effetto provocato nella società civile e nelle istituzioni locali costrette ad acquisire maggiore consapevolezza sulla contaminazione del circuito economico e produttivo di quei territori”. Merito dell’inchiesta è stato anche quello di misurare la consistenza dell’organizzazione, “mostratasi, con tutta la sua portata dirompente, come una vera e propria permeazione ed un autentico avvelenamento dei gangli vitali della economia, della politica e di alcune istituzioni”.

La situazione del Comune reggiano di Brescello, è un “tangibile esempio” di come la ‘ndrangheta agisce in Emilia. Cioé operando “un vero e proprio inquinamento della società civile, del mondo economico e politico di quelle terre fino a condizionarne le elezioni, seppure nei piccoli comuni, dove la presenza calabrese riesce ad ottimizzare i suoi voti”. Di Brescello, paese su cui ha concluso il proprio lavoro una commissione di accesso prefettizia, con relazione inviata al ministero e dove il sindaco Marcello Coffrini ha dato le dimissioni, tratta la relazione della Dna nel capitolo sul distretto di Bologna. Ne parla come di un Comune “la cui popolazione è composta per il 10% da soggetti provenienti da Cutro” tra cui anche Francesco Grande Aracri, condannato in via definitiva per associazione per delinquere di stampo mafioso, fratello di Nicolino “capo supremo dell’omonima cosca”. Proprio la vicinanza tra l’amministrazione comunale e la famiglia Grande Aracri, si ricorda, ha determinato le condizioni per la commissione. “Una situazione allarmante ma non del tutto nuova, i cui primi tangibili segnali erano stati colti da alcune attività investigative di qualche anno fa in grado di ricostruire l’esistenza e l’operatività di una propaggine della ‘ndrangheta”, dotata di autonomia decisionale e di forza propria, che operava da anni nel territorio emiliano”. Riportando una serie di sentenze, la relazione sottolinea “una conclusione inconfutabile” ossia “che la regione poteva definirsi ‘terra di ‘ndrangheta’ da almeno un decennio”. Ma Brescello non è l’unico caso. Il quadro delineato dall’indagine, infatti, “si è dipinto di colori ancor più scuri – prosegue in un altro passaggio la relazione – allorquando le indagini, oltre che i rapporti tra impresa e ‘ndrangheta, hanno disvelato uno stretto legame tra politica-ente locale e il sodalizio calabrese” fino ad acquisire elementi utili per una richiesta di scioglimento del consiglio comunale di Finale Emilia, nel Modenese.

Dalle indagini di terrorismo nell’area di competenza del distretto della Corte di appello di Bologna, cioè l’Emilia-Romagna, emerge un territorio che sembra essere, al momento, “privilegiato per lo svolgimento da parte di esponenti di gruppi terroristici internazionali soprattutto di matrice jihadista, di attività o di proselitismo di adepti da inviare in zone di guerra”. Oppure, “di raccolta di fondi da reimpiegare all’estero, o per la cura di militanti rimasti feriti; o per la ricerca di armi”. E’ la situazione tratteggiata dalla relazione annuale della direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Secondo cui presso la Procura distrettuale “sono in corso di svolgimento attività di indagine in numerosi procedimenti riguardanti il terrorismo jihadista”.

(Ansa)

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