Longhena. Parla l’ex preside: “Non fatela diventare una scuola per ricchi”

Bologna, 18 nov. – Un passo verso “la chiusura di Longhena” perché così la si etichetta e la si fa diventare una “scuola di elite, per ricchi, per chi vive nei quartieri delle ville… Una scuola insomma, di un certo livello rispetto a quelle di periferia… È il solito gioco” e non ”gioca” a favore del mantenimento di quell’esperienza didattica. Giuliana Balboni conosce bene Longhena: ne è stata la preside fino al 2007 e cioè negli anni in cui ancora non c’era una percentuale di posti riservata a chi veniva da fuori Saragozza.

E i bambini arrivavano, spiega Balboni all’agenzia Dire, anche da “San Lazzaro o Casalecchio, dal Pilastro e fuori Lame… Quella è una scuola che si sceglie e chi la sceglie poi si organizza per frequentarla. Longhena non dovrebbe essere una scuola solo di qualcuno, questo è contrario alla sua vocazione”. E dunque Balboni si dice “assolutamente contraria, e lo sono sempre stata”, all’orientamento di destinare l’80% dei posti agli alunni provenienti dal territorio del Porto-Saragozza lasciando il 20% al resto della citta”. La definisce “una cosa orrenda”, dettata da esigenze “territoriali o economiche” a discapito di una “opportunità che va data a tutti” anche perché “il concetto di scuola di città ha sempre funzionato”. Cambiare significa mutarne “il Dna” e fare un passo verso le argomentazioni di chi sostiene che quella “è la scuola dei ricchi, di elite, di chi vive nelle case di un certo livello… Mi chiedo: ma che modello viene fuori?” e, subito dopo, ci si chiederà: “Perché ci deve esserci una scuola per privilegiati?”. Il passo successivo, teme, è archiviarla del tutto.

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Invece, nella scuola sui colli “deve continuare ad essere possibile mandarci i figli di famiglie da Borgo Panigale” o da altre zone analoghe, ma anche quelli di “alcune tipologie di portatori di handicap; magari non chi ha difficoltà a muoversi e deve utilizzare una sedia a ruote, ma per altri tipi di disabilità quella scuola può essere, e lo è stata, una risposta valida”, argomenta ancora Balboni. Che si interroga poi sul mancato inserimento della scuola nella rete dei plessi dell’outdoor education. Se si intacca il modello Longhena, “quante altre situazioni si hanno per sperimentare certe aperture e iniziative? Quello potrebbe essere davvero il luogo di si confrontano tante idee e si dà ai nuovi insegnanti una formazione nuova di cui hanno bisogno come il pane”, sottolinea Balboni che ora, dopo aver lavorato in Uruguay e Turchia, ora si occupa della formazione dei docenti.

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