Le conseguenze dell’amore

Alla fine Delbono si è dimesso, si vota a marzo. Il cerchio si chiude.
Quello che resta nella Bologna della politica istituzionale è un cumulo di macerie e un orizzonte cupo: va così dal ’99, quando fu evidente che lo sfascio del partito/città estromesso dal potere non avrebbe prodotto quel rinnovamento che tutti auspicavano.

La triste parabola di Flavio Delbono non è solo un problema della persona e delle sue umane debolezze, come quasi tutti i politici e gli intellettuali del centrosinistra bolognese si affannano a dire. Non si tratta solo delle conseguenze dell’amore che si tramuta in livore: c’è dell’altro e c’è del peggio.
Non ci riferiamo alla vicenda giudiziaria (per quella c’è la magistratura) ma alla questione che nessuno in città sembra aver voglia neanche di nominare: la questione morale.

Vedo sfilare nelle cronache di questi giorni personaggi che ho imparato a conoscere quando avevo le braghe corte: prima erano nel partito, poi li ritrovavi in Comune (consiglieri, assessori), poi li rivedi in una municipalizzata, poi magari tornano alla politica in Provincia o in Regione e via così, in un valzer delle 12 sedie che vede sempre girare le stesse facce de decenni.

I giovani? certo che ci sono. Ma non è una questione anagrafica: alle leve del funzionariato Ds e ora Pd si chiede una sola cosa: la fedeltà. Non a un’ideologia e non a un’idea, nemmeno a un progetto. E’ una fedeltà ottusa a un sistema di potere: se non disturbi nessuno e stai sempre al tuo posto puoi sperare di venir premiato con un po’ di carriera, correnti e manovre permettendo.

In questo contesto, immobile e immutabile, è normale che si allarghino le maglie: sfumano le coerenze come le differenze, la cosa pubblica diventa casa propria, buona per l’attività politica ma buona anche per piazzare amici e fidanzate, favori e compromessi (o magari peggio) in una promiscuità tra atti pubblici e faccende private che diventa intollerabile.

La cosa peggiore da fare adesso è buttarsi a capofitto nel totonomi cercando di sfogliare la margherita alla ricerca della persona che soddisfi il proprio personalissimo pedigree: facendo questo gioco vinceranno sempre i professionisti della poltrona, pronti a scannarsi per tutti i posti in palio di ogni ordine e grado.
Porre il problema del rinnovamento significa fare scelte anche dolorose: qui la macchina/partito agisce da decenni senza ricambio, garantendo ai propri aderenti l’assistenza dalla culla alla tomba in un percorso che può durare anche 30 o 40 anni all’interno di ogni posto della pubblica amministrazione.
C’è bisogno che tanta gente faccia altro o vada in pensione, non perché indegna o perché ha fatto cose immorali o illegali ma semplicemente perché la politica, come il corpo umano, ha bisogno del ricambio delle cellule.

Il problema a questo punto non è avere il sindaco giovane o vecchio, uomo o donna, etero o omo, nero o bianco. Il problema è come arrestare la decadenza di questa città mettendo le basi perché si crei una nuova classe dirigente.

Non è detto che tutti i mali vengano per nuocere: i tempi strettissimi che impongono le elezioni di marzo sono indigesti alle burocrazie di partito. Se non ci si infila nel gorgo personalistico delle autocandidature può esserci spazio per qualche novità. C’è molta confusione sotto al cielo, è ancora presto per capire se sia un male o un bene.

Paolo Soglia

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Un commento

  1. Concordo pienamente con l’analisi, anche se sono molto pessimisma che l’establishment metta in discussione se stesso, se non altro per mancanza di abitudine a farlo. Situazione molto complessa anche perché dubito che qualcuno possa presentare una candidatura “presentabile” e che non lasci aditi a dubbi. Forse c’è la necessità di un outsider di grand forza tipo Milena Gabanelli che penso vincerebbe a mani basse, ma che non penso ne abbia nessuna voglia. Come diceva Totò, sono curioso di vedere dove vogliano andare a finire…………

    Comment by Mauro Cicchetti on 29/01/2010 at 16:59

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