La Frutta di Sergio

La “battaglia” di Strasburgo chiude, forse definitivamente, il rapporto tra la città di Bologna e Sergio Cofferati, di tutti i sindaci del dopoguerra il meno amato.
Dei cinque anni passati a Palazzo D’Accursio cosa rimane? L’elenco dei provvedimenti fatti e non fatti è noto. Vogliamo invece pensare a cosa lascia Cofferati sul terreno, non solo politico, di questa città. Cofferati ci lascia poco in termini amministrativi, ma lascia un’eredità pesantissima sotto il profilo dell’etica politica. Bologna è stata governata nel suo passato anche da gente dura, decisa, genuinamente stalinista, che non faceva sconti. I primi anni ’60 portano la svolta con l’abbandono del modello sovietico e l’abbraccio di una sorta di socialdemocrazia scandinava in terra emiliana. Le foto alle pareti restano quelle, ma in realtà si guarda a Stoccolma non a Mosca e il capitalismo non è più il nemico, anzi. Restano memorabili le parole di un operaio bolognese: qui il socialismo è il capitalismo fatto da noi. Bologna è la città dove i comunisti diventano socialdemocratici senza andare a dirlo in giro e dove anche l’intellighenzia democristiana è molto più socialista che non curiale.

L’apogeo sono la fine anni ’60 e l’inizio dei ’70, sono gli otto anni che vanno dalla Giunta Fanti alla prima amministrazione Zangheri. Il modello sfiorisce lentamente ed è solo con grande ritardo, verso la fine degli anni ’90, che la percezione della perdita del fine (il socialismo emiliano) e l’inadeguatezza dei mezzi (partito e classe dirigente) diventa evidente. I bolognesi vedono il cambiamento ma non riescono ancora a elaborare il lutto: Guazzaloca vince richiamandosi al modello Dozziano: è la nostalgia della Bologna bottegaia (lo dico senza alcuna protervia) per la memoria dei fasti socialemiliani. L’esperimento ha il gusto dell’amarcord ma in realtà non riesce, perché gli attori vivono in campi separati e opposti. Non c’è nessuna sintesi politica, Guazzaloca mette insieme gli ingredienti ma il piatto risulta indigesto, e i suoi compagni di strada sono perlopiù vecchi arnesi della destra locale, ambigui, più animati dallo spettro dell’anticomunismo o da interesse personale che non dalla vocazione amministrativa. Dall’altra parte il partito, pur decadente e ferito, gliela giura e ostacola la giunta Guazzaloca in tutti i modi, in particolare stringendo addosso al Comune la tenaglia di Regione e Provincia per bloccare ogni inziativa legata alle grandi opere, perché sa che laddove corrono i denari si spostano gli assi delle alleanze e gli equilibri politici d’appartenenza diventano molto più flessibili. Ma giunti al dunque serve l’alfiere della riscossa.

E qui entra in scena Sergio Gaetano Cofferati, impiegato Pirelli.
Leader nazionale, forte del consenso che ha suscitato come segretario della Cgil, Cofferati appare a molti, compreso il sottoscritto, l’uomo ideale per nuovi ideali: il ricambio di una classe dirigente locale logora e carrierista, il rilancio della città, la valorizzazione di nuovi soggetti attualmente marginalizzati dalle caste petroniane.
Ma a poco a poco, quando la maschera balinese lentamente lascia il posto al volto del cinese, ci si accorge della cantonata. Tra i primi è Guido Fanti a lanciare allarmati richiami: Cofferati non amministra, regna. Ogni suo intervento è finalizzato alla propagazione della propria immagine su scala nazionale, mentre la sua condotta è in antitesi con quella che dovrebbe avere un Sindaco: se l’abusato adagio dei neoeletti è quello di essere “i sindaci di tutti“, Sergio Gaetano decide fin da subito di essere solo al servizio di se stesso.
Adotta per governare il metro del sindacalismo più rigido: portare ogni vertenza al suo acme per poi, sull’orlo della rottura, aprire il tavolo e negoziare da una posizione di forza.
Una condotta che per i tavoli sindacali a volte funziona, ma che sul piano dell’amministrazione di una città ha effetti devastanti, provocando lacerazioni insanabili delle relazioni politiche e dei rapporti umani.
Nel giro di poco la cerchia amplissima delle simpatie si dirada, le rotture e le liti nei confronti di coloro che lo hanno sostenuto si fanno continue.
Regna incontrastato perché il suo partito è la caricatura di quello che era quarant’anni fa. E’ isolato, circondato da un manipolo di fedelissimi, che tuttavia non esita ad abbandonare al proprio destino quando non risultano più funzionali o diventano ingombranti. I casi Amorosi e Merola sono significativi.
Nell’amministrazione non è vero che ci siano solo errori, anzi, diverse sono le buone cose fatte da questa giunta: dall’attivazione di Sirio al recupero di Sala Borsa, e poi la salvaguardia della collina, complice una epidermica antipatia del sindaco per la lobby trasversale dei costruttori. Ma la cifra vera è altrove: Cofferati dimostra un ampio disinteresse per le questioni locali e per le sue ricadute sulla cittadinanza, ma è attentissimo ad occupare sempre lo spazio giusto sul piano nazionale: gli sgomberi sul lungoreno e le ordinanze sui lavavetri diventano funzionali a un gioco di specchi. Tanto è incerto e claudicante il Governo Prodi, tanto vuole apparire saldo e determinato Cofferati nell’azione amministrativa per il rispetto della legalità.
Il motto di Cofferati è divide et impera e l’applica con impegno e rigore: la sinistra radicale è uno sparring partner ideale. Nell’area antagonista molti danno di Sergio un’immagine apocalittica, l’alfiere di un disegno neosecuritario, addirittura una sorta di grimaldello per far cadere Prodi e prenderne il posto. Nulla di più sbagliato, tant’è che Prodi cade per mano del buonista Veltroni quando proclama l’autosufficienza del PD.

Cofferati non ha un disegno securitario come non aveva alcun disegno neolaburista durante la battaglia sull’articolo 18. Cofferati vive con un orizzonte politico molto più ristretto: un grande disegno necessita di una passione di cui è privo, avendo per unica passione la perpetuazione della propria carriera. Egli dunque non ha proprio alcun disegno, perché Cofferati, spiace dirlo, è un opportunista.
La sua eredità a questo punto è presto detta. Sergio Gaetano Cofferati, impiegato Pirelli, sindacalista Cgil, Sindaco di Bologna, arrivato in una città confusa, invecchiata e stanca di suo ci lascia solo una cosa in più: la cattiveria. Perché arrivati alla frutta quello che avanza sul tavolo è frutta avvelenata.

Paolo Soglia

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