Morricone e Trovajoli secondo i Junkfood

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19 dic. – “La nostra musica, sin dall’inizio, si è sempre contraddistinta per un aspetto filmico: c’è anche tanta colonna sonora solamente immaginata nelle nostre corde”: a dirlo è Simone Cavina, il batterista dei Junkfood, quartetto uscito da poco con Italian Masters, una raccolta di brani rivisitati insieme a Enrico Gabrielli e originariamente scritti da Piero Umiliani, Ennio Morricone e Armando Trovajoli. “Tutto è cominciato da un festival su Umiliani che ci ha chiesto di rileggere uno o più brani dell’autore: con noi doveva esserci anche Enrico Gabrielli, ma alla fine li abbiamo suonati in quartetto. Quando ci siamo rivisti con Enrico ci siamo ripromessi di registrarli e quindi di pubblicarli”: così Simone Calderoni ha raccontato la collaborazione tra il polistrumentista e la band, che è stata giovedì scorso a Maps. “Sono le ultime grandi eccellenze della musica del Paese”, ha continuato il bassista per spiegare la scelta di questo trittico di maestri della colonna sonora e non solo, mentre il collega di band Simone Cavina ha raccontato che i brani nell’LP sono frutto di una cernita fatta a partire da una serie di pezzi proposti dall’etichetta, la Cinedelic.

Da una serie di pezzi proposti dall’etichetta che pubblica il lavoro, la Cinedelic, è stata fatta una cernita:”L’idea era di prendere brani che potessimo piegare alle nostre esigenze: i temi sono riconoscibili, ma talvolta l’arrangiamento è piuttosto massiccio”, ha raccontato ai nostri microfoni Michelangelo Vanni. E la prova è evidente anche nelle tracce che la band ha suonato in studio, cioè il celeberrimo tema scritto da Morricone per Per un pugno di dollari e un estratto dalla colonna sonora firmata da Umiliani per Il commissario Pepe di Ettore Scola: “Un tema largo, cantabile, ripreso più volte nella pellicola, che i fiati di Enrico Gabrielli e Paolo Raineri si rimandano, in una sorta di canone“, ha spiegato Calderoni. “Rispetto alle rivisitazioni di colonne sonore operate da John Zorn e Fantomas, siamo meno vicini ai suoni alternativi di New York e più legati, come è ovvio, alla tradizione italica“.

Un lavoro che è “un bel banco di prova per cercare una via altra per leggere capolavori della musica internazionale”, ha notato Vanni, aggiungendo che “è stato più impegnativo che scrivere brani nuovi”. Ecco perché l’album racchiude anche brani poco conosciuti, più audaci: “Il disco è un’ottima occasione per portare a conoscenza del pubblico anche queste parti più nascoste della nostra storia musicale”.

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