Jessy Lanza: “Volevo essere come Mariah Carey”. L’intervista

20 mar. -“Quando ero piccola volevo essere una cantante come Mariah Carey. Amavo il pop, ma non ero capace di ballare, non ero la tipa carismatica che solleva le folle: mi sono sempre sentita poco a mio agio sul palco. Forse è stata proprio la mia goffaggine a fare sì che Oh No non suoni diretto come di solito fa la musica pop: proprio non riesco a fare le cose normalmente“:  Jessy Lanza ha raccontato a Maps la sua formazione musicale a partire dalla sua infanzia, dove si è saldato l’amore che la musicista canadese nutre per il pop, così presente soprattutto nell’ultimo disco, il già citato Oh No (“dentro ci sono trent’anni di pop”, ci ha detto nell’intervista che potete ascoltare integralmente qua sotto), al centro del live che l’ha vista protagonista venerdì scorso al Locomotiv Club, nel terzo appuntamento della rassegna Blender. Un disco che mischia tantissime influenze diverse in un contesto elettronico, dove però trovano spazio groove e melodia: “Sono cresciuta ascoltando la musica pop alla radio o guardando Match Music TV in Canada, dove per ore e ore giravano solo videoclip: adoravo Janet Jackson e Paula Abdul”.

Ma ci sono altre importanti influenze nell’album, oltre a quelle portate dal partner e coautore Jeremy Greenspan, definito dalla Lanza “un’enciclopedia vivente”: “Torno sempre al funk dei primi anni ’80, a produttori e artisti come Kashif, che ha scritto una delle mie canzoni preferite di sempre, ‘Love Come Down’ di Evelyn Champagne King”. E non solo: Jessy e Jeremy condividono un amore sincero per Joni Mitchell, Carole King, Loggins & Messina e altri musicisti soft rock del periodo. “Il motivo è lo stesso per cui amo il pop: mi piacciono le melodie, i ganci, i ritornelli”. Un senso melodico spiccato e un approccio alla scrittura che posizionano le canzoni dell’album uscito lo scorso anno per Hyperdub e quelle dell’esordio Pull My Hair Back in un territorio ibrido e stimolante, un humus che oggi manca e sul quale Jessy Lanza ha le idee molto chiare: “Odio prendere le parti di quelli che dicono che un tempo era meglio, non ci credo. Però penso a canzoni come ‘Moments in Love’ degli Art of Noise, che è finita in cima alle classifiche, o a band come Japan e non riesco a immaginare cose del genere oggi. Ci sono pezzi che mi piacciono, ma tutto mi pare molto ristretto e soffocante e spero davvero che qualcosa si apra in futuro. Ora nell’industria musicale c’è un panico generalizzato: c’è meno voglia di correre rischi, perché non si sa da dove vengono i soldi, come farli, non ci sono garanzie di alcun tipo. Quindi non si fa altro che ripetere una formula di successo per garantirsi almeno un po’ di profitto”.

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