Irene Grandi critica i talent: “L’agonismo frena la crescita”

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14 lug. – Giovedì 16 luglio, i festeggiamenti per i 70 anni della CNA prendono la forma di un live in piazza Maggiore: sul palco Francesco De Gregori e, in apertura, Irene Grandi. La musicista fiorentina ha pubblicato da poco un nuovo album di inediti, Un vento senza nome, che “arriva dopo un periodo di silenzio, dovuto a un po’ di tempo che ho impiegato per riflettere su me stessa”. Così ha raccontato la Grandi ai nostri microfoni, parlando anche del lavoro fatto con Saverio Lanza, concittadino della musicista e collaboratore anche di Cristina Donà. “Saverio ha talento nel sapere apprezzare e criticare le intuizioni di un artista e di un potenziale autore: è molto piacevole lavorare con lui, c’è un dialogo continuo, rispettoso e creativo.”

Come dicevamo, è la città di Firenze ad accomunare autrice e produttore dell’album: ma la “mitica” Firenze della new wave (di cui abbiamo avuto modo di parlare con uno dei protagonisti, Federico Fiumani) è stata solo parzialmente vissuta dalla Grandi, che all’epoca aveva meno di 18 anni e non usciva molto la sera. “Agognavo di partecipare a serate meravigliose in queste discoteche mitiche, ma quel momento creativo era sul punto di finire e avevano preso il sopravvento alcuni lati negativi di quel decennio: forse è meglio chiedere a Piero Pelù, che ha qualche anno in più”, ci ha suggerito. La formazione di Irene Grandi, invece, è legata a un ritorno della voglia di suonare strumenti veri e a un locale, il Be Bop, in cui suonavano Marco Parente e altri, che si rifacevano agli anni ’70.

Ma già da piccola Irene si esercitava in casa: “Ero bambina e mi impuntavo di cantare guardando fissa un faretto puntato in faccia: mi immaginavo di stare su un palco e chiedevo a mio padre di dirigere il fumo della sigaretta verso la lampada, così da creare un fascio di luce“, ha aggiunto la nostra ospite ridendo. “Conobbi i primi musicisti al Liceo: ora l’idea di mettere insieme un gruppo viene dopo, mentre per noi esprimersi con la musica voleva dire formare una band. Oggi si pensa subito ad andare in televisione, non si fa più palestra.” Questa attenzione al live e alla scrittura (“Prima di scrivere una cosa mia ci ho messo anni”) non c’è nei talent, in cui a dominare sono le cover e dove “bisogna fare provare tutto al cantante. Secondo me, invece, la versatilità va scoperta dopo, se no c’è il rischio di perdersi in mille cose non proprie”. La Grandi è critica anche nei confronti del modo in cui i giovani musicisti mainstream emergono al giorno d’oggi: “Un artista, anni fa, ‘usciva’ con delle caratteristiche, grazie alla palestra di cui parlavo e alla conoscenza di se stesso. Oggi manca il mistero, la crescita graduale: se uno in televisione ha già pianto, riso e mostrato tutti i suoi lati, è un problema. Il consiglio che darei a un giovane è di farsi un gruppo e di esprimere se stesso.” Ma il rischio è anche quello di essere “buttato in un’arena, a combattere contro musicisti dei quali bisognerebbe essere complici: c’è una sfrenata voglia di successo a discapito della protezione di ciò che si vuole esprimere.”

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