Iosonouncane: Die live, in versione inedita

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21 apr. – “La storia di Die è quella di un uomo in mezzo al mare che teme di morire da un momento all’altro e di una donna sulla terraferma che guarda l’ultima burrasca all’orizzonte e teme di non rivederlo più. Il disco è la storia dei loro pensieri in una manciata di secondi, nell’arco del mezzogiorno, col sole a picco”. Ha le idee chiare Jacopo Incani, anzi, chiarissime: il secondo album firmato Iosonouncane, Die, è stato il nostro disco della settimana e possiamo già dire che sarà uno degli album che ricorderemo di questo 2015. Jacopo è passato da Maps per raccontare e suonare il disco, come aveva fatto con il debutto La macarena su Roma: ma in cinque anni le cose sono molto cambiate. Die è un lavoro complesso, che tocca le viscere dell’umanità, ai confini con la concretezza della terra; allo stesso tempo, non ha paura di usare le melodie e le voci per innalzarsi in territori pop. Il tutto mantenendo una coesione e una credibilità rare.

La concretezza della terra, dicevamo: “Il paesaggio che descrivo nell’album è quello che mi ha allevato”: c’è la Sardegna in Die, ma non la lingua sarda. “Il sardo lo conosco, ma non abbastanza per scriverlo. Sceglierlo sarebbe stato rischioso, perché avrebbe creato un fraintendimento: Die non è un disco sulla Sardegna”. Ciononostante c’è una ricerca linguistica molto precisa nelle liriche, che deriva ancora una volta dal paesaggio e dalle parole usate per descriverlo, definirlo. “Volevo astrarre quel lessico per raccontare una storia archetipica, arcaica“. Ma le parole usate non sono più di venti: una specie di miracolo, considerando che la sensazione che il disco lascia, una volta concluso l’ascolto (che vi consigliamo di non interrompere), è di avere assistito a qualcosa di antichissimo, che si ripete da sempre.

Merito anche dei suoni di Die, manipolati e registrati da Jacopo e di Bruno Germano: “Abbiamo lavorato insieme dal gennaio 2014. Avevo fatto diverse cose in Sardegna da solo, ma ero molto insoddisfatto di alcune cose. Volevo che il disco non suonasse digitale, ma neanche passatista: i dischi nostalgici non mi interessano“. L’intesa tra i due è uno degli ingredienti chiave del disco, ma “c’è anche la chitarra sarda di Paolo Angeli, un musicista d’avanguardia che sono orgogliosissimo di avere avuto con me”. Angeli è solo uno degli ospiti di un’opera profonda e toccante, anche quando viene resa solamente da voce e chitarra: ascoltate lo showcase qua sotto.

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