Intervista ai White Lies: “Misuriamo il tempo grazie all’amicizia”

28 lug. – Tutto esaurito ieri sera al cortile del Castello Estense di Ferrara per l’atteso ritorno in Italia dei White Lies. Abbiamo intervistato il bassista del quartetto Charles Cave che ci ha raccontato la genesi del loro quarto album Friends: un disco sull’amicizia, “un concetto mediante il quale misuriamo il tempo che scorre”.

Vi ho visti per la prima volta nel 2011, in apertura agli Arcade Fire a Milano. Cosa è cambiato nella vostra musica dall’era di Ritual e come è evoluto il vostro approccio ai concerti?
Ci è sempre piaciuto molto suonare dal vivo: ricordo bene gli anni del tour di Ritual, usavamo un sacco di effetti e di attrezzatura sul palco. All’inizio pensavamo ci avrebbe reso le cose più facili, ed in qualche modo per un certo periodo fu così, ma da un altro punto di vista questo eccesso di tecnologia iniziò a rendere un po’ noioso e senza vita il nostro approccio ai concerti. C’era pochissima improvvisazione. Da allora nei live – specialmente in Friends – c’è molta più personalità, una sorta di confidenza che qualche anno fa non avevamo. Certe volte le persone vengono da noi prima dei concerti e ci dicono: “Amiamo un sacco questa canzone, la suonerete?”, e noi possiamo organizzarci al volo e suonarla sul palco poco dopo, cosa che per molto tempo non avremmo potuto fare perché non avevamo la strumentazione pronta. Questa cosa in particolare rende davvero molto divertente e stimolante suonare oggi rispetto a qualche anno fa.

Il vostro ultimo album si intitola Friends: ascoltando il disco mi è sembrato di intuire che questa parola nasconda in sé una certa nostalgia…
Sì, l’amicizia è un concetto a cui mi ritrovo a pensare spesso: penso alle mie amicizie, alla loro forza; le misuro insomma. Penso a quelle che ho perso e quelle che negli anni si sono un po’ disintegrate, oppure a quelle che sono radicalmente cambiate. Penso a quei legami speciali… per esempio: magari non vedi qualcuno per un lungo periodo, ma il vostro rapporto rimane intatto dopo tanti anni. E penso che un sacco di persone – o almeno io – misurino la propria vita in base al tempo trascorso coi propri amici. Per esempio: quando penso alle varie fasi della mia vita, la prima cosa che mi viene in mente sono le amicizie e le persone con le quali sono cresciuto. L’amicizia sarà sempre interessante e molto importante come argomento del quale scrivere.

Mi sembra che il vostro suono sia diventato progressivamente meno dark negli anni.
Esatto. Quando eravamo giovani e scrivevamo il nostro esordio ascoltavamo tantissima musica che suonava proprio come – alla fine – è venuto fuori quel disco: erano gli anni degli Interpol, il loro esordio l’ho consumato, i Secret Machines, Echo and the Bunnymen. Ora invece siamo grandi fan di Steely Dan, ascoltiamo tanto jazz, un sacco di hard rock e di metal, quindi abbiamo un sacco di influenze in più rispetto all’inizio quando scriviamo insieme.

Siete una delle poche band del mondo che possano davvero definirsi “stadium rock”: qual è la differenza che provate tra suonare a Wembley aprendo per i Coldplay e suonare in delle situazioni intime come a Ferrara, dove suonerete nel cortile di un bellissimo castello medievale?
È interessante, certe canzoni funzionano meglio in alcuni spazi: ci sono brani che sono perfetti nelle arene, nei festival… Penso a canzoni come “Death” o “Bigger than us”. Altre invece più delicate, come “Swing” dal nuovo disco,  oppure una delle mie preferite da Ritual ovvero “Street lights”, ecco: canzoni come quelle funzionano meglio in un ambiente più intimo. Hai menzionato i Coldplay: loro oramai scrivono solo canzoni da stadio, hanno un intera scaletta di canzoni perfette per venue enormi. Noi abbiamo diverse canzoni di questo tipo, ed è perfetto perché i posti in cui suoniamo cambiano sempre: per esempio abbiamo appena suonato in Belgio davanti a 60mila persone, poi stasera veniamo a Ferrara e suoneremo il nostro set in una location più intima… È una cosa che adoro, non mi piacerebbe per niente suonare in arene enormi tutti i giorni, sarebbe super noioso.

Nel 2013 Thom Yorke ha dichiarato che Spotify e tutti gli altri servizi di streaming erano il male assoluto per la musica. Ricordo di aver letto che – all’epoca – qualcuno di voi dichiarò: “Non è il nostro mestiere vendere la nostra musica, è il mestiere della nostra etichetta. Se loro non hanno problemi a utilizzare Spotify, perché dovremmo averne noi?”. Ora, quattro anni dopo, Spotify è più potente che mai: quale pensate sarà il futuro della musica, in termini di vendite di dischi?
Bella domanda. Dal mio punto di vista conosco tante persone a cui piace ancora possedere vinili e avere fisicamente la propria musica: alla gente piace comperare i vinili; e poi, quando compri i vinili, hai anche l’mp3 da scaricare. Credo che le case discografiche ormai capiscano che non possono più solamente fondare il proprio business sulla vendita di musica; oramai è molto comune nei contratti che si stipulano con le etichette discografiche una clausola che obbliga l’artista a condividere una percentuale dei proventi dei live e del merchandising con la label. Ad essere sincero i White Lies non hanno mai preso un soldo dalla vendita delle copie fisiche dei nostri dischi: non è il modo in cui le band fanno i soldi.
La maggior parte degli artisti guadagna dalle edizioni, dalle royalties e – specialmente – dai tour: se impari a organizzare per bene i tour, è così che ti guadagni da vivere. Sebbene lo streaming non dia direttamente soldi nelle tasche degli artisti, in un certo modo rende accessibile a tutti la musica; alla fine dei conti aiuta le persone a conoscere la tua musica e – di conseguenza – a venire ai concerti. Ora nella pagina artista di Spotify ci sono addirittura i link per l’acquisto del vinile e le date dei concerti… Occorre sempre guardare il quadro generale, se ci si focalizza solo sullo streaming e ci si lamenta “Oh, da quando c’è Spotify le persone non comprano più dischi”, beh: quello è un po’ come qualcuno che costruisce scale e, vedendo ascensori ovunque, ha paura che la gente non usi più le scale.

Immagina di incontrare te stesso, più giovane di 8 anni, il giorno dopo aver pubblicato il vostro debutto To Lose My Life, album dall’enorme successo e dall’altrettanto rilevante impatto sulla scena musicale britannica degli anni successivi. C’è qualcosa che vorresti suggerirti? Magari qualcosa che avresti evitato, col senno di poi, o qualcosa che avresti voluto fare in questi anni con la band?
No, non ho alcun rimpianto. Probabilmente avremmo dovuto spendere più tempo sul nostro secondo disco, specialmente nella fase di scrittura. Credo che ci siano un paio di canzoni davvero buone in quell’album, ma altre che non lo sono altrettanto. Per il resto non ho altri rimpianti: le nostre esperienze, anche le più brutte, sono state sempre importanti per noi e ci hanno reso quelli che siamo ora. Sono contento di quello che abbiamo ottenuto sinora: tuttavia, sebbene siano oramai dieci anni che siamo una band, certe volte mi sento ancora come se avessimo appena iniziato.

Vivete ancora a Londra?
Io e Jack viviamo a Londra, Harry vive principalmente a San Francisco.

Cosa ne pensate della scena musicale della capitale inglese?
Non so nulla della scena musicale attuale di Londra ad essere sincero. I musicisti, qui, sono tutti molto riservati; inoltre molti – una volta diventati famosi – emigrano altrove. Londra certamente è ancora una città molto importante per la musica, ma non credo che oggi esista una scena come quando ero un adolescente: quando avevo 18 anni e suonavo in un’altra band facevamo concerti davanti a cento persone con gente come in Adele, Florence and the Machine, i Maccabees, e tantissime altre band che sono poi diventate famose. Non riesco nemmeno a ricordarle da quante sono: questo non succede più purtroppo, non c’è più quel tipo di scena e di gruppi. Ora un sacco di locali da concerti sono chiusi e le persone ora hanno un attitudine diversa… che credo sia anche positiva. Ai miei tempi, infatti, si poteva dire al massimo “Facciamo un paio di concerti a un’ora da Londra,” e si era soddisfatti: ora, invece, le giovani band dicono “Dannazione, facciamo un concerto a Berlino!”, e non c’è problema. Guidano fino a là e suonano. Internet ha reso molto facile organizzare questo tipo di cose, penso per esempio all’analisi dei dati: guardi le statistiche e pensi “Abbiamo molti fans in quella città: allora dovremmo andare a suonare là!”, e tutte queste cose. In questi giorni band e musicisti sono in grado di sognare molto più in grande nell’immediato, e credo che questa sia una cosa molto positiva.

Quali sono i vostri piani per il futuro?
Siamo molto carichi per suonare nei grandi festival estivi, dove manchiamo da oramai 3 anni. Non vediamo l’ora di suonare in giro. A breve inizieremo a scriver brani per il nostro nuovo album: potrebbero volerci sei mesi, potrebbe volerci un anno. Ancora non lo sappiamo, non ne ho idea. Siamo molto carichi all’idea di scrivere di nuovo canzoni; ho come la sensazione che Natale arriverà molto velocemente, cercheremo di lavorare molto prima di quella data.

Ascolta l’intervista a Charles Cave ai microfoni di Afa a cura di Roberta Cristofori.

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