In Emilia Romagna trivelle “necessarie” ma sotto stretto controllo

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Bologna, 16 lug. – Per la Regione Emilia Romagna il gas naturale estratto dal sottosuolo è fondamentale: per questo la giunta guidata da Stefano Bonaccini ha deciso di revocare lo stop alle nuove trivellazioni imposto il 30 aprile del 2014 dal predecessore Vasco Errani. Alla base della decisione, assunta nei giorni scorsi dalla giunta, vi è la convinzione di avere “rassicurato le preoccupazioni delle popolazioni” circa il fatto che non vi siano correlazioni tra le attività di estrazione di idrocarburi e i terremoti del maggio 2012. Lo hanno spiegato gli assessori Paola Gazzolo, protezione civile e difesa del suolo, e Palma Costi, attività produttive, che hanno ricordato come il settore estrattivo in Emilia Romagna dia lavoro a 40 mila persone.

“Il principio di precauzione che ci fece sospendere le procedure di autorizzazione è venuto meno” ha detto Gazzolo citando, a dimostrazione, i risultati ottenuti dal monitoraggio del Laboratorio Cavone, il sito di estrazione di gas della Bassa modenese finito nel “mirino” della commissione Ichese e posto per mesi sotto uno stretto controllo Monitoraggi tecnologicamente avanzati che, alla fine, hanno portato ad escludere che siano state le attività di quel pozzo ad innescare lo sciame sismico che ha sconvolto la bassa emiliana nel maggio di tre anni fa. Ora, in virtù di un protocollo firmato tra viale Aldo Moro e il Ministero dello sviluppo economico, quegli stessi monitoraggi saranno sperimentati, per due anni, su tutto il territorio nazionale. L’Emilia Romagna, però, ha deciso di rendere obbligatorio tutto quel complesso sistema di rilevazioni della subsidenza (l’abbassamento del suolo che si registra con le estrazioni), della micro attività sismica e della pressione del liquido di estrazioni, a tutte le nuove concessioni, sia di ricerca che si coltivazione. Inoltre, la Regione ha disposto che le stesse tecnologie vengano da subito impiegate in altri due siti, oltre al Cavone: nel sito di stoccaggio gas di Minerbio e nell’impianto di geotermia di Casaglia, nel Ferrarese.

L’accordo raggiunto con il ministero “potrebbe fare scuola” assicura Costi poiché, se da un lato aumenta la sicurezza delle attività estrattive attraverso monitoraggi più sofisticati, dall’altro corregge il decreto Sblocca Italia che rischiava di accentrare sullo Stato le decisioni circa i nuovi impianti sottraendoli dalle decisioni dei territori. “noi abbiamo sempre detto dei sì e dei no nel merito” ha puntualizzato Gazzolo, assicurando che nel comitato che avrà l’ultima parola circa le nuove concessioni siederanno tre tra i tecnici più qualificati della Regione, insieme ai tecnici nominati dal ministero. Lo stesso comitato, inoltre, avrà un ulteriore compito: andare a ridefinire la ripartizione delle royalty che le società minerarie versano agli enti locali. “Al momento i comuni prendono molto poco” dicono all’unisono gli assessori. Secondo le normative vigenti ai comuni su cui si trovano gli impianti minerari ricevono il 15% delle royalty a differenza dello stato che percepisce il 30% e della Regione che raccoglie il 55%. “Sarebbe bello- è l’auspicio di Gazzolo- se queste maggiori entrate venissero impiegate per progetti riguardanti l’ambiente e la difesa del suolo. Le concessioni attualmente attive in Emilia Romagna sono 36: di queste la maggioranza riguarda pozzi si ricerca, seguiti dai siti di coltivazione e da quelli di stoccaggio. La sospensione decisa lo scorso anno ha portato al congelamento di 16 richieste il cui iter riprenderà a breve.

 

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