Il suolo va protetto: “E’ una risorsa non rinnovabile”

Bologna, 13 feb. – Il suolo è un organismo vivente e una risorsa non rinnovabile. Per questo bisogna averne cura, difenderlo dall’inquinamento e dall’impoverimento e non impermeabilizzarlo. E’ per questa ragione che realtà diverse hanno presentato nel gennaio scorso, a Bologna, il decalogo per il suolo. “Prenditi cura del pianeta, inizia dal suolo” era il sottotitolo del convegno organizzato da dall’Accademia Nazionale di Agricoltura, dalla Società italiana della scienza del suolo, dalla Società italiana di pedologia e dal Fondo per l’ambiente italiano.

Gilmo Vianello, professore dell’Università di Bologna e membro dell’Accademia nazionale di agricoltura, è stato nostro ospite all’interno di AdattaMenti. Ha spiegato che l’Italia è uno dei pochi paesi in Europa che non si è ancora dotato di una legge per la difesa del suolo e che l’obiettivo dei promotori del convegno è proprio di arrivare ad una normativa nazionale che lo difenda. Nella scorsa legislatura, una proposta di normativa, presentata dal Partito Democratico, aveva passato la prima lettura della Camera ma poi si è arenata al Senato. “Non appena avremo un nuovo Parlamento e un nuovo Governo torneremo a fare pressione” spiega Vianello.

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      Adattamenti - 13 febbraio

 

Carmelo Dazzi, professore dell’Università di Palermo e Presidente della European Society for Soil Conservation (ESSC), ci ha spiegato perché il suolo è da ritenersi un organismo vivo. Livia Vittori Antinori, docente dell’Università di Bologna, ci ha spiegato invece quanto sia difficile “creare” il suolo e, di conseguenza, quanto sia importante conservarlo. “Se stendiamo dell’asfalto, la terra su cui lo facciamo non potrà più essere utilizzata per l’agricoltura” dice Vittori Antinori.

Il professor Vianello ha lanciato un allarme: “Stiamo impoverendo il nostro suolo”. A mancare all’appello è il carbonio organico. “Le maggiori concentrazioni del carbonio organico si trovano nelle zone naturali, in alta montagna; appena entriamo nelle zone di pianura, questo elemento ci accorgiamo che si trova al di sotto dei limiti di sicurezza”. Per limiti di sicurezza, ci si riferisce alle esigenze per le coltivazioni. Insomma, a forza di concimi chimici, di industrializzazione dell’agricoltura, la materia organica che da millenni tornava ai campi grazie allo spargimento del letame e che contribuiva a mantenere il terreno fertile ora non si vede più. Sempre meno, lamenta Vianello, “si sparge il letame” e di conseguenza si sta impoverendo il terreno.

Anche l’inquinamento dovuto alle attività umane contribuisce a danneggiare questa fondamentale risorsa primaria non rinnovabile. Per fare un esempio, il professor Vianello cita quanto sta accadendo in Toscana. Più precisamente nella zona di Pietrasanta. Nell’entroterra si trovano le miniere abbandonate di Valdicastello vicino a cui scorre il torrente Baccatoio, la cui acqua viene (veniva) utilizzata per l’irrigazione dei campi. Si tratta però di un’acqua in parte contaminata dai metalli derivanti dalla miniera che sta a monte. Questi, attraverso le piante, sono entrati nella catena alimentare dei cittadini tanto che in uno studio condotto da Arpa Toscana e Università di Bologna si sconsigliava di consumare cavoli (una delle specie che più delle altri riesce ad assorbire i metalli dal suolo) giornalmente. Quello del professor Vianello è solo un esempio: sono 132 i siti italiani di “interesse minerario” che potrebbero essere nelle medesime condizioni e su cui bisognerebbe avviare indagini specifiche spiega il professore.

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