Il calore del sole nel freddo dell’inverno. Intervista ai Syd Arthur

13 lug. – Questa settimana i Syd Arthur sono di nuovo in tour in Italia: dopo la data bolognese di Giugno al Covo Club,  gli alfieri dello psych-pop albionico hanno suonato ieri sera a Padova, mentre domani calcheranno il palco dell’A Night Like This a Chiaverano. Il quartetto di Canterbury (composto dai tre fratelli Magill e Raven Bush, nipote della celeberrima Kate) è stato ospite durante la puntata di Afa per un’approfondita chiacchierata, nella quale abbiamo discusso a lungo del loro nuovo lavoro Apricity, edito da Harvest – una delle etichette più rilevanti della storia del rock, recentemente tornata in attività dopo uno hiatus trentennale. Vi proponiamo un estratto dell’intervista, che potete ascoltare integralmente nel podcast in fondo alla pagina.

Lo scorso Maggio avete pubblicato il vostro primo album dal vivo, Live in Brighton, e questa settimana tornate per la seconda volta in un mese qua in Italia. Prediligete maggiormente la dimensione dal vivo o la fase di songwriting nello studio di registrazione? 
Joel – Beh, siamo stati molto fortunati ad avere la possibilità di registrare lo show: il live mostra effettivamente un lato diverso della nostra band. Per quanto concerne la tua domanda: non lo so, personalmente amo entrambe le cose. Sono aspetti molto diversi dello stesso lavoro, ma in un certo senso si completano a vicenda. Una cosa senza l’altra sarebbe davvero strana!
Liam – Diciamo anche che girando in tour riesci davvero a visitare il mondo intero. E lo vedi da una prospettiva privilegiata: perché quando sei un turista visiti solamente le attrazioni turistiche, mentre quando sei un ospite – come nel nostro caso – vieni sempre portato in questi posti incredibili, che altrimenti non avresti modo di vedere. Personalmente amo davvero tanto viaggiare in tour.

Durante i vostri tour di questi anni avete avuto modo di aprire concerti di band come Strokes, Pixies e tanti altri. C’è un episodio memorabile che è capitato on the road e che continuate a ricordare a distanza di anni?
Liam – Non saprei [ride], sono successe veramente un sacco di robe pazze.
Joel – Ci sono diversi ricordi dei tour e ce li raccontiamo spesso, ma è impossibile sceglierne uno specifico.

In Live in Brighton ci sono tanti brani del vostro ultimo album, Apricity. È una parola che sinceramente non conoscevo prima di ascoltare il disco. Cosa significa?
Liam – Sì, è una parola inglese che descrive la sensazione di quando si riceve il calore del sole nel freddo dell’inverno.
Joel – Abbiamo registrato l’album in California, a Los Angeles, e la cosa strana era accorgersi che anche lì si provava la stessa sensazione. Ovviamente in Inghilterra è molto più freddo, però anche in America, in autunno, abbiamo provato lo stesso tipo di sensazione, questo freddo coi raggi del sole che scaldano…

Voi siete di Canterbury, ed immagino che la vostra città natale – che negli anni Settanta ha sfornato band come Gong, Caravan, Soft Machine – sia stata di grande influenza sulla vostra musica. Tuttavia, sebbene nella vostra psichedelia riverberi chiara la lezione del Canterbury Sound e queste radici geografiche siano abbastanza definite nella vostra musica, avete deciso di registrare Apricity in California.
Liam – Principalmente lo abbiamo fatto per la nostra casa discografica, Harvest. Loro hanno sede a L.A. e abbiamo deciso di andare là per essere più vicini a loro.
Joel – Abbiamo lavorato con Jason Falkner…

Che è anche un collaboratore di Beck, se non vado errato.
Joel – Sì, esatto, ha suonato nella sua band.
Liam – Lo abbiamo fatto anche per andare altrove, per provare a suonare un po’ in maniera differente. Abbiamo fatto del lavoro a casa, altre canzoni sono nate in California.
Joel – Volevamo delle canzoni semi-lavorate in modo da essere pronti quando avremmo registrato. Una volta finito il lavoro siamo tornati nel Kent e abbiamo mixato l’album.

A proposito di Inghilterra, voi nascete come band nel 2003. Cos’è cambiato e cosa invece è rimasto uguale per la vostra band e per il vostro paese in questo lasso di tempo?
Liam – Moltissimo è cambiato. Ora c’è Josh alla batteria, il nostro terzo fratello [l’ex batterista della band ha abbandonato la musica a causa di un problema all’udito, ndr], che effettivamente è un grande cambiamento a livello personale. Effettivamente sono cambiate un sacco di cose…
Joel – Anche quando siamo andati in America per la prima volta nel 2013 sono cambiate tantissimo le cose per noi, ad essere sinceri, a livello di conoscenze e connessioni.

Com’è fare un tour e lavorare a stretto contatto con la propria famiglia? Siete tre fratelli e condividete tutti gli aspetti della vita on the road
Joel – Beh, ci rapportiamo innanzitutto da amici quando siamo nella band. Ma credo che questa cosa, nel tempo, abbia anche rafforzato i nostri legami famigliari.

Concludiamo con il vostro disco dell’isola deserta: quale portereste con voi?
Liam – Io mi porterei sicuramente l’album omonimo degli Hatfield and the North [album prog, proprio della scena di Canterbury, uscito nel 1974, ndr], un disco che non mi stanca mai.
Josh – Musica per 18 musicisti, di Steve Reich.
Joel – Io scelgo invece un album abbastanza prevedibile, ma c’è molto dentro e l’ho davvero consumato negli anni: Queens of the Stone Age, Songs for the deaf.


Luca Lovisetto

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