Ignazi: “Di Maio è un leader che ha le spalle al muro”

Bologna, 7 apr. – Un leader con le spalle al muro costretto a fare i “conti con la realtà”. E’ il Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento 5 stelle, che emerge dall’intervista pubblicata oggi da Repubblica. Così la vede Piero Ignazi, politologo dell’Università di Bologna, secondo cui l’invito al dialogo (“Sotterriamo l’ascia di guerra”) lanciato al Partito Democratico è un “invito disperato“, quello di chi “si trova ad avere il suo gruzzolo di voti e non sapere come utilizzarlo”. “Si è reso conto (Di Maio, ndr) – spiega Ignazi- che non tutti vengono a Canossa”. Insomma un leader che ora ha capito che “non dipende tutto da avere qualche successo nei talk show e nelle urne” e che non è molto preparato a “fare i conti con la realtà”. Tutto è nelle mani del Presidente della Repubblica e “poiché non si arriverà ad un governo politico” ma ad un governo “del Presidente”, i grillini secondo Ignazi hanno davanti due opzioni: o di stare fuori e rimanere l’unica forza all’opposizione; o di partecipare all’esecutivo dimostrando da un lato la loro responsabilità ma dall’altro di non essere “gli unici e gli indispensabili”.

Secondo il politologo, che martedì 10 aprile prenderà la parola nell’assemblea organizzata da Sergio Lo Giudice per rilanciare la sinistra, la linea renziana del “non trattare con i grillini” è una delle poche cose azzeccate infilate in questi ultimi mesi dal Partito Democratico. I democratici sono in una situazione molto complicata: sono “sociologicamente un partito moderato borghese” spiega Ignazi che cita l’Eugenio Scalfari di “Son i grillini il partito di sinistra”. Questo, secondo il politologo bolognese, è il frutto di processo partito molto tempo fa e che la guida di Matteo Renzi ha solo esaltato. Il Pd e gli altri (ex) grandi partiti della sinistra europea raccolgono alle urne “frutti rinsecchiti” poiché “non sono riusciti a capire e gestire le mutazioni socioeconomiche degli ultimi 25 anni” ed è sfuggito loro di mano “il tesoro che avevano, e cioè il sostegno delle classi popolari”. Secondo Ignazi il Pd e i suoi omologhi europei sono simili ai partiti radicali della fine dell’Ottocento: molto attenti ai diritti civili e quasi disinteressati alla questione sociale.

Per Ignazi Sinistra è qualcosa che c’è e ci sarà sempre perché, insieme a Destra, è uno di quei “riduttori di complessità” necessari alla gente comune per orientarsi nel mondo complesso della politica. “La sinistra esiste per tutti” dice Ignazi che indica il problema nel fatto che cosa ci sia dentro alla parola sinistra varia a seconda di chi ne parla e di chi ascolta.

Per ripartire, dopo la sconfitta storica del 4 marzo scorso, la Sinistra italiana secondo Ignazi deve riscoprire la demagogia, non deve averne paura. “Lanciare sfide alte, avere prospettive alte” che se anche non sono subito e del tutto realizzabili hanno però il pregio di scaldare i cuori e “infiammare di nuovo”. Come del resto facevano storicamente i partiti della sinistra novecentesca italiana: “Perché il fortunato slogan del Pci ‘La terra ai contadini’ cos’era se non demagogia?” Se la sinistra continua a “rinchiudersi in un riformismo di bassa lega, day by day” non può che soccombere davanti al tipico “pragmatismo della destra”. Tenere un profilo troppo basso, secondo Ignazi non paga. Anche nelle città guidate dalla sinistra, gli amministratori “non hanno spunti e guizzi tali da proporre cose nuove”, che è invece qualcosa che anche “nella nostra città ci vorrebbe” secondo il politologo.

      Piero Ignazi
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