I lavoratori dei call center contro il grande fratello Telecom

I lavoratori dei call center in presidio sotto il palazzo dei Congressi

Bologna, 11 giu. – “Ritmi insostenibili e pressioni continue ci sono già, ma i controlli quelli no, non li vogliamo“. I lavoratori dei costumer care della Cgil si sono dati appuntamento sotto il palazzo dei Congressi di Bologna dov’era in corso un meeting dei vertici Telecom sullo stato di attuazione del piano industriale dell’azienda.

I lavoratori del comparto avevano già espresso a dicembre 2014 la loro contrarietà a sottoscrivere accordi che avrebbero incrementato i mezzi di controllo individuale, attraverso la registrazione costante delle telefonate. “Le nostre condizioni di lavoro sono già difficili – ci dice Paola Conte, del costumer care 191, dedicato ai clienti affari – siamo monitorati secondo per secondo. Abbiamo dei pop up che ci dicono quando possiamo andare in bagno o in pausa, abbiamo tre minuti per gestire una telefonata e non abbiamo il tempo tecnico per assistere i clienti. L’obiettivo della Telecom è solo quello di aumentare la produttività del settore”.

Ma i costi sono alti e molti dipendenti li pagano anche in termini di salute. All’interno dell’azienda, infatti, sono organizzate gare per l’assegnazione di premi che creano all’interno alti livelli di stress e competizione. “Molti di noi sono al limite e si fa anche uso di antidepressivi – aggiunge Paola – per premi che sono di minimo importo. Vi faccio un esempio: abbiamo partecipato alla vendita dell’i-phone appena è uscito in commercio. L’incentivo per il lavoratore, a fronte di una spesa di 960 euro da parte dell’acquirente, era di 1,30 euro“. Lo stipendio di un lavoratore del call center con orario full time oscilla tra i 900 e i 1300 euro mensili e per evitare di perdere i premi di produzione, si arriva a rinunciare anche alla malattia.

9000 lavoratori in tutta Italia, di cui circa 700 a Bologna, rischianodi essere messi fuori del circuito Telecom. Il piano industriale prevede non solo il controllo a distanza sui singoli lavoratori, ma anche la creazione di una nuova società per la gestione dei call center. I lavoratori spiegano che se si proseguisse con la societarizzazione del settore, il contratto cambierebbe in peggio. “Noi abbiamo tutti il contratto delle telecomunicazioni – spiega Paolo Busi, del 119 – con questo piano per l’azienda sarebbe semplice e conveniente introdurre il jobs act licenziando e riassumendo i lavoratori, che avrebbero una contrattualistica peggiorativa e in più avrebbero la difficoltà di conservare tutti i diritti acquisiti in anni e anni di lotte: contratti di secondo livello, premi di risultato, assistenza sanitaria. Si dovrebbe ripartire da zero”. Per i lavoratori si tratta di una battaglia per tutti gli impiegati nel settore, 120 mila solo per i call center delle compagnie telefoniche: “Finchè noi abbiamo qualcosa da difendere, anche tutti gli altri lavoratori dei call center che hanno condizioni contrattuali peggiori delle nostre hanno qualcosa a cui aspirare. Se non sono le grandi aziende in Italia a difendere certi istituti, qualità e professionalità, non possiamo chiedere di farlo a una piccola azienda”.

Francesca Giovannini lavora nel call center del 191. Ci racconta delle conseguenze che sta avendo sul suo lavoro la scelta di premiare telefonate brevi, sotto i tre minuti: “Ne risentiamo dal punto di vista professionale. Noi diamo risposte immediate, ma rispondiamo anche alle necessità di lungo termine dei clienti. Il fatto che l’azienda voglia risparmiare, puntando alla produttività con chiamate  in tre minuti, abbassa il livello dell’assistenza ai clienti e ci fa lavorare male”.

di Martina Nasso

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