Hobo rioccupa un’aula studio, la celere entra in università

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Un fotogramma del video pubblicato su facebook dall’Assemblea scienze politiche

Bologna, 22 mar. – Finisce con le manganellate della polizia il tentativo del collettivo Assemblea di Scienze Politiche, vicina a Hobo, di rioccupare un’aula della Facoltà di Strada Maggiore per (ri)intitolarla a Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto.

L’Assemblea di Scienze politiche ha raccontato così su Facebook: “Siamo a scienze politiche per continuare a ribadire la nostra presa di posizione a partire dalla riappropriazione dell’aula studio autogestita Giulio Regeni”. E ancora: “Sono bastati 5 minuti e subito l’università, tramite i custodi che si sono intrufolanti nell’aula come topi e facendosi poliziotti, ha tentato di chiudere lo spazio appena intitolato a Giulio Regeni con spintoni alle studentesse e agli studenti. L’aula resta aperta, la sua memoria non si cancella! […] Un grande numero di Digos e Polizia è appena arrivato nella facoltà per cacciare gli studenti che questa mattina erano entrati nell’aula studio Giulio Regeni per attaccare le foto di Giulio”.

L’aula, dopo essere stata occupata nelle scorse settimane, era stata prima chiusa dalla stessa università e poi riaperta come aula studio e lettura. Questa mattina il collettivo Hobo ha affisso alcuni cartelli e tentato di “riconquistare” l’aula, intitolandola per la seconda volta a Regeni. A quel punto, racconta la vicepresidente di scienze politiche Pina Lalli, sono stati inviati dei dipendenti dell’Alma Mater per chiudere le porte della sala studio, e tre di loro sono stati aggrediti, “uno si è fatto male ad una mano“.

I vertici della facoltà, ha spiegato Lalli, hanno chiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Prima è arrivata la Digos, poi la celere che è entrata in università in assetto antisommossa. Sono volate delle manganellate. Coinvolti – e in alcuni casi colpiti – anche studenti di passaggio che non stavano partecipando all’azione di Hobo.

Queste le testimonianze di due di loro. “Sono rientrato nell’aula dove stavo studiando per posare il giubbino – racconta un 25 enne iscritto a scienze politiche – e in quel momento ho visto la porta chiudersi. I ragazzi che fino a 5 minuti prima era con me a studiare sono rimasti incastrati in un mini atrio di due metri, con i poliziotti che li menavano”. “Stavamo festeggiando la laurea di una nostra amica – spiega una studentessa – Ho chiesto che non fossero picchiati i ragazzi che stavano all’interno dell’aula. Stavo con le mani alzate ma comunque ci hanno manganellato in malo modo. Sono stata colpita alle mani, sulla coscia e dietro la schiena. Una scena sconcertante per tutti”.


L’Alma Mater di Bologna “non può essere ostaggio di uno sparuto numero di persone che rifiutano ogni dialogo e le più basilari regole della vita democratica. Questi comportamenti saranno sempre stigmatizzati e rifiutati dall’intera comunità accademica”. A dirlo è il Cda d’Ateneo, che nel corso della seduta di oggi ha espresso solidarietà alla vicepresidente della Scuola di Scienze politiche, Pina Lalli, e al personale della portineria “vittime di violenti, ingiustificati e ingiustificabili attacchi”. “Come ho detto dal primo giorno l’università è un luogo di dialogo e di confronto, dei saperi nuovi. L’università richiede minime regole democratiche, per fare sì che tutti possano esprimere la loro opinione: non è ammissibile impedire le lezione, occupare spazi non autorizzati”. Lo ha detto il rettore dell’università di Bologna, Francesco Ubertini,

“Quanto è accaduto stamattina è inaccettabile e vergognoso – recita invece un comunicato dell’Assemblea di scienze politiche – Sappiamo benissimo che domani non vedremo il gregge di docenti firmare e schierarsi a favore degli studenti, ma poco ci importa: si schierino con chi invoca la guerra di civiltà, si schierino con chi fa brutalmente picchiare gli studenti. Noi non abbiamo dubbi sulle responsabilità di quanto successo: rispondono ai nomi di Pina Lalli, il neo-eletto rettore Francesco Ubertini, tutta la casta baronale complice e la Questura guidata da Coccia”.

Con una mail una ventina di studenti racconta l’azione di polizia così:”Nel momento in cui ci siamo resi conto che la digos stava accerchiando con violenza chi stava intorno al banchetto, non siamo rimasti indifferenti. Abbiamo iniziato a chiedere a gran voce, unendoci ai presenti, che la digos lasciasse l’università.
A quel punto la polizia armata di scudo, casco e manganello ha fatto irruzione, colpendo violentemente gli studenti e spingendoli fuori dall’aula studio.
L’intervento ha travolto anche chi, come noi, si trovava all’ingresso della facoltà. Siamo stati cacciati dall’università in modo brutale – alcuni di noi hanno riportato delle lesioni – e la polizia ha bloccato per più di un’ora l’ingresso della facoltà Come è possibile che una situazione tale venga utilizzata come pretesto per un abuso di queste proporzioni? Un banchetto informativo può rappresentare un movente per autorizzare un intervento violento? Com’è possibile che ci siamo abituati alla presenza della polizia all’interno dell’università? E come si è creato il presunto “muro che impedisce il dialogo con gli studenti”?

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