Guido Fanti, un uomo mai banale

E Guido come sta?
Una frase ricorrente, che mi capitava spesso di dire in famiglia o quando recentemente sentivo Neva, la sua figlia maggiore. Poi come spesso accade, quando meno te lo aspetti, nella tormenta di neve squilla il telefono e arriva una brutta notizia: è  morto Guido Fanti.
Mentre scriviamo la macchina dell’informazione sarà già a pieno regime: cronache locali e nazionali ricostruiranno in lunghi articoli la vita pubblica di Fanti. Non mancherà sicuramente un’analisi approfondita del personaggio che a cavallo degli anni ’60 fu tra i motori propulsori della Bologna felix, quella raccontata con grande rigore e umanità nella “Febbre del fare”, documentario di una città epica realizzato dai registi Rossi e Mellara.
Solo per sintetizzare la vita politica di Fanti non basterebbero due pagine: la Resistenza, la militanza nel PCI, la successione a Dozza come sindaco a metà degli anni ’60, poi la Presidenza della Regione. Una carriera politica che passando da Montecitorio lo portò fino al Parlamento Europeo.

Ma per me Fanti divenne personaggio pubblico solo molti anni dopo esser stato Sindaco: all’inizio era un omone pacato che si aggirava per le stanze di via Alamandini, dove abitava, e dove da piccoli si andava a giocare con suo figlio Giorgio, un  carissimo amico che per uno di quei casi crudeli della vita ci ha salutato in punta di piedi diversi anni orsono. Guido Fanti all’epoca sembrava essere sempre di passaggio: appena tornato da una riunione o in procinto di fare un viaggio.  Il  mondo pareva andare più veloce, e soprattutto pareva a tutti di poter incidere su quello che doveva o non doveva succedere.
Ricordo a flash vari momenti e episodi: noi eravamo i figli di quella generazione di comunisti che “fecero l’impresa” (la Resistenza) e poi agivano o governavano il Comune Rosso. Fino all’adolescenza tutto bene, grande fede nelle magnifiche sorti e progressive del socialismo emiliano. Poi però arrivarono anche i dissidi, in quello che per noi oltre che conflitto con la  “classe dirigente” era anche un ben più comune e necessario conflitto generazionale.
Ricordo quindi un memorabile “scazzo” telefonico tra Fanti (padre) e Fanti (figlio) a seguito del marzo ’77 quando Guido parlando da Roma teneva il punto a fianco di Zangheri e della linea di compromesso storico con la Dc e Giorgino, all’epoca piuttosto barricadero, lo incalzava irridente.
Guido era un socialdemocratico autentico (mica il Psdi…) fin dai tempi in cui non si poteva dire perché in casa comunista era ancora un’offesa. Non a caso gli rimase attaccata per un pezzo l’etichetta di “migliorista”, quella corrente del Pci guidata da Napolitano che voleva riaprire un dialogo col Psi di Craxi. Quello era un disegno politico che molti di noi aborrivano, ma aveva una sua tesi di fondo: sottrarre il Pci dall’isolamento a cui l’aveva relegato il CAF di Craxi Andreotti e Forlani e in cui poi il Pci effettivamente si spense. Condivisibile o meno, un disegno che aveva poco a che spartire con le alleanze raccogliticce e le ammucchiate banali a cui ci ha abituato la politica del “bipolarismo”.

In tempi più recenti i colloqui con Guido Fanti avevano assunto per me un carattere anche professionale: smessi i panni della politica attiva in Parlamento Fanti non si era mai ritirato a vita privata: aveva un’energia incredibile. All’epoca della candidatura Cofferati ricordo le chiacchierate su quell’idea che accarezzava da tempo: aveva messo su un “pensatoio”  progettuale, confidando che dall’ex “sindacalista Sergio” sarebbe arrivata la scossa giusta per risvegliare quel gigante addormentato che era ormai diventata la città. Grande entusiasmo e poi grande delusione: Guido Fanti divenne infatti ben presto da convinto sostenitore del cinese candidato a grande critico del cinese sindaco. Ma non si diede certo per vinto: ancora in tempi recentissimi, dal caso Delbono alle recenti primarie, interveniva e si faceva sentire, non per raccontare dei “bei tempi andati” ma per discutere nel merito sulle scelte di oggi. Squillava il telefono: “Paolo sono Guido, ho scritto una cosa..”.

Da domani Guido Fanti verrà omaggiato da amici e avversari, più avanti ci sarà tempo anche per giudizi più approfonditi sulla sua figura politica.
Una cosa che di sicuro si può dire, fin da subito, è che Guido Fanti non è stato mai un uomo banale. Dunque per me non è banale, nè retorico, dire quella che sembra la più consueta delle frasi: ciao caro Guido, mi mancherai, ci mancherai.

Paolo Soglia

 

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