Goodbye, Mr Renbourn!

John Renbourn

3 apr. – In occasione della sua scomparsa avvenuta il 26 marzo scorso, domenica 5 aprile Folk Bottom rende omaggio al compositore e chitarrista britannico John Renbourn, ripercorrendo gli aspetti salienti della sua ricerca artistica tra la fine degli anni Sessanta e nel corso dei Settanta. L’invito per l’ascoltatore è quello di una breve ma intensa paronamica delle pagine più belle del folk-revival britannico che vede in Renbourn uno dei massimi interpreti della sua seconda fase storica quando, dopo un semplice recupero filologico dei repertori tradizionali, diverse esperienze portarono
all’innesto di nuovi elementi sonori. Il suo profondo interesse per lo “skiffle” di derivazione americana, di autori come Lead Belly, Josh White e soprattutto Big Bill Broonzy , nonchè il fascino subito da un lavoro pioneristico come Folk Blues & Beyond di Davy Graham del 1965, portarono Renbourn a coniare uno stile unico, elegante e raffinato che mescolava con tecnica “fingerstyle” sopraffina folk, blues, jazz e country.

L’esordio del musicista inglese avviene con l’album Another Monday del 1966, per quanto già al 1965 data la collaborazione con la cantante afro-americana Dorris Henderson per There You Go!. Nello stesso 1966 è la volta dell’omonimo John Renbourn che conteneva piccole delizie come “Song” e “Judy”, e soprattutto di Bert & John, realizzato in compagnia dell’amico Bert Jansch con il quale da lì a poco avrebbe formato il mitico quintetto dei Pentangle con Terry Cox, Denny Thompson e Jacqui Macshee. In quell’incontro del 1966 il duo chitarristico già interpretava con maestria alcuni brani che saranno poi cavalli di battaglia del repertorio concertistico dei Pentangle, tra cui “No Exit”, “Goodbye Pork Pie-Hat” di Mingus e “The Time Has Come” di Anne Briggs, le cui versioni più suggestive sono contenute nel doppio Sweet Child del 1968. Nel medesimo anno Renbourn trova il tempo di lavorare anche al fondamentale Sir Jon Alot Of Merrie Englandes che segnerà una direzione nuova di ricerca, un percorso che avrebbe virato verso il recupero delle sonorità specifiche della musica britannica dell’epoca medievale, rinascimentale e barocca. Questo nuovo indirizzo artistico vedrà nei lavori The Lady And The Unicorn del 1970, The Hermit del 1976 e The Black Balloon del 1979 dei vertici espressivi ineguagliabili.

L’operazione di Renbourn va ben oltre il semplice approccio filologico ma si nutre di una nuova visione e di uno sperimentalismo che lo portano ad inserire anche uno strumento lontano come il sitar indiano all’interno di strutture armoniche di sapore europeo. Questo sguardo verso l’oriente fu proprio, non solo di diverse composizioni contenute in Basket Of Light (1969) dei Pentangle o The Lady And The Unicorn, ma anche di un brano celebre come “The Cuckoo” che primeggiava nell’album Faro Annie del 1971, in cui venivano riproposte le salde radici sonore proprie dei primi dischi. Sul finire dei Settanta Renbourn intraprenderà anche un felice sodalizio artistico con lo statunitense Stefan Grossmann, altro maestro indiscusso della poetica “fingerpicking” accanto a John Fahey, Leo Kottke e Robbie Basho. Tuttavia il legame intimo con le tradizioni della propria terra spingeranno Renbourn a voler approfondire ulteriormente le possibilità di un originale “sound antico” adatto a celebrare i fasti gloriosi della Old-England. E così il formalismo classico del chitarrista britannico troverà ulteriore linfa magica nell’esperienza del John Renbourn Group, formato radunando alcuni amici di vecchia data come la Macshee e Tony Roberts al flauto, accanto a Sue Draheim al violino e Keshave Sathe alle tabla. Con questa formazione vede le stampe un altro piccolo capolavoro come A Maid In Bedlam del 1977, a cui fa seguito The Enchanted Engarden nel 1980, e l’imprescindibile Live In America del 1982.

(a cura di Andrea Maria Simoniello)

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