GIUNGLA: il suo primo live radiofonico, tra sogno e rumore

GIUNGLA

27 mag. – Quando si dice: esordio col botto. Un ep di quattro pezzi uscito esattamente una settimana fa è bastato per fare conquistare a GIUNGLA, la nuova avventura in musica di Emanuela Drei (già in Heike Has the Giggles e His Clancyness), le attenzioni di prestigiose testate straniere quali Nylon Magazine, NME e Noisey. “Tutte le esperienze che ho fatto mi hanno portata a questo punto, ma già nel periodo con gli Heike – quando scrivevo io i pezzi – alcuni li avevo lavorati da sola a casa, sperimentando con software musicali. Poi ho deciso che questo doveva avere la priorità: è stato per me un bisogno molto forte“, ha detto Emanuela a Maps, che la musicista ha scelto per ospitare il suo primo live radiofonico.

Alla produzione del disco c’è Federico Dragogna dei Ministri che, ha detto la nostra ospite, “mi ha dato una mano anche per misurare quello che stavo facendo: è stato fondamentale avere una visione esterna e ho subito pensato a lui, soprattutto al lavoro che ha fatto come produttore”. Dragogna è stato anche decisivo per convincere la nostra ospite a fare tutto da sola: “Non volevo turnisti, ma una band che ci credesse davvero come me: alla fine ho scelto di lavorare con chitarra, voce, basi e beat”. E alla fine il suono di Camo ep è afferente a due mondi: “C’è un lato più sognante e uno più rumoroso: sono due lati della stessa cosa e, nei pezzi ancora inediti, questa bipartizione continua”.

Sogno e rumore si combinano con i concetti che stanno al centro della scelta dei nomi di progetto e pubblicazione. “Volevo chiamarmi ‘Atlante’, un richiamo alle foto di Ghirri: il legame è rimasto, perché sfogliando un atlante enciclopedico ho trovato il nome “giungla” e ho capito che era quello giusto. Volevo una parola italiana, ma il suo suono ricorda anche la parola inglese: mi dà l’idea di qualcosa di naturale e intricato, due aggettivi che rispecchiano la musica che faccio”, ha detto la Drei, rivelandoci anche che “camo” sta per “camouflage”. “Mi piaceva l’idea del mimetizzarsi, perché indica sia il nascondersi, il mostrare una debolezza; d’altro canto è un modo per prepararsi all’attacco”, ci ha rivelato la nostra ospite, che firma – tra l’altro – la prima uscita di un’etichetta di cui sentiremo ancora parlare, la Factory Flaws.

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