Geoff Farina live: “Porto in classe l’hip-hop anni ’80”

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15 giu. – “Bologna mi ricorda molto Boston: una piccola città con molti studenti, fatta di persone serie, ognuna delle quali porta avanti il proprio progetto“. A descrivere così la nostra città è Geoff Farina, che passa spesso dalle nostre zone e che cerchiamo di intercettare ogni volta per portarlo in studio: vengono sempre fuori showcase e chiacchiere molto interessanti, come è accaduto venerdì scorso, quando il musicista giunto alla fama coi Karate era in città per un secret concert e, quindi, per esibirsi all’Handmade Festival.

Ma all’attività di musicista Geoff affianca quella di docente, nello specifico sul blues e la musica delle origini, in particolare quella del periodo pre-Grande Depressione: “Un momento molto interessante, in cui il blues del Delta non era ancora esploso e si registrava tantissimo: chitarristi dal sud est del Paese, gente come Gary Davis, Mississippi John Hurt e Skip James“. Un’era piena di gioia ed esuberanza che Farina ha paragonato con quella pre-crisi economica del 2008, o forse, per circoscriverlo più correttamente, pre-internet: “Ho cominciato a fare musica proprio alla fine degli anni ’80 e sono diventato un professionista negli anni ’90: all’epoca c’erano stili geografici, e le musiche variavano da città a città. Tutto questo è scomparso e mi manca: credo che si impari di più dalle persone che stanno intorno a te di quanto si possa fare con un video su YouTube“.

Un discorso che si lega sorprendentemente a quello fatto qualche giorno fa con gli Osc2x, e che ha toccato, chiaramente, il rapporto tra Geoff, la musica e le nuove generazioni: “Capisco sempre meno i miei studenti”, ha ammesso ridendo il nostro ospite. “Ogni anno mi sento da un’altra parte: vengono da un mondo diverso, che mi è del tutto nuovo. Nella musica di oggi c’è un pasticcio postmoderno che i ragazzi danno per scontato, senza vederne gli elementi che lo compongono”. Questo intacca anche chi fa musica, secondo Farina sempre più orientato al lato più  estetico e “glamour” dell’attività: “Sono interessati al modo in cui la musica appare o suona, ma nel senso più superficiale del termine”. Un fenomeno che si riscontra particolarmente nell’hip-hop: “I miei studenti amano molto quel genere, però secondo gente come Kanye West: non gli interessano il flow, il ritmo o le rime, ma l’estetica della cosa. Allora porto in classe hip-hop degli anni ’80, quello con cui sono cresciuto, le produzioni Boogie Down, e loro non riescono a credere quanto sia valido.”

Ha senso però parlare di hip-hop come nuova musica folk? “Nel senso di ‘musica del popolo’, potrebbe esserlo, se la consideriamo come una musica opposta a quella dettata dal mercato: la musica bluegrass lo è stata. Ma l’hip-hop negli anni ’80 era legato ad aree geografiche e classi sociali che influenzavano il mercato: ora invece il mercato si appropria immediatamente di qualsiasi cosa”.

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