Ecstasy. I rimedi del Cocoricò? “Peggioreranno la situazione”

foto fb cocoricoBologna, 4 ago. – Impazza la discussione attorno alla chiusura della discoteca Cocoricò di Riccione, provvedimento deciso dal questore di Rimini dopo la morte di un 16 enne, svenuto in pista e poi deceduto per aver assunto alcune sostanze, forse anfetamine o ecstasy. “Il cocoricò – si legge sul documento – è percepito e considerato un simbolo degli eccessi, dove abbandonarsi a forme estreme e incontrollate di divertimento che portano i giovani a perdere il contatto con la realtà”.

Ieri la conferenza stampa della proprietà, che ha elencato i provvedimenti presi dal Cocoricò nella lotta alla droga (un maxi cartellone con scritto “no alla droga”, security potenziata, telecamere in tutto il locale e “caccia allo spacciatore”),  paventato il fallimento a causa del danno economico per i 4 mesi di stop e annunciato un ricorso al tar. In conferenza Fabrizio De Meis ha proposto la sua ricetta per risolvere il problema della droga nei locali. “Daspo per gli spacciatori e tampone antidroga “per verificare se hanno assunto stupefacenti e quindi vietare l’ingresso a chi è risultato positivo“.

Per Salvatore Giancane, medico tossicologo al Sert di Bologna e professore a contratto della Scuola di specializzazione in psichiatria, è “il classico modo per scaricare il problema”. “Dove finirà un  ragazzo che ha assunto sostanze e viene respinto all’ingresso perché positivo al tampone?  Magari in un rave senza controlli e tutele, tanto più in Italia dove c’è poca consapevolezza tra i ravers. La vera sfida non è respingere il ragazzo, ma farlo entrare e interagire con lui. Una provocazione: con il tampone antidroga all’ingresso quelli del Cocoricò sono sicuri gli rimarrebbe qualche cliente?”.
cocorico cartello la droga ti uccide

Continua Giancane: “Responsabile è l’ecstasy o il mondo in cui viene assunta? Non serve demonizzare la sostanza, e lo dico semplicemente perché fare si può anche fare, ma non funziona”. Come si fa allora a tutelare i consumatori? La ricetta comprende la formazione del personale dei locali, la pista tenuta sotto controllo “perché uno che inizia a stare male si vede un’ora prima”, acqua e liquidi isotonici tipo Gatorade venduti a prezzo politico, spazi silenziosi, freschi e comodi dove le persone possono interrompere la serata. “Chi sta male non va sbattuto fuori – spiega Giancane – bisogna contattarlo, parlarci, farlo bere”. Se nel locale “ci fossero stati operatori formati e consapevolezza tra i clienti”, e il riferimento a quanto successo al Cocoricò con la recente morte del 16 enne, “allora qualcuno si sarebbe sicuramente accorto del ragazzino. Hanno detto che è caduto di colpo, non credo sia andata così,  prima avrà cominciato a diventare scoordinato nei movimenti, a cambiare colorito, a muoversi sempre peggio. E poi il ragazzino ha assunto Ecstasy non da solo, e gli altri suoi amici sono vivi. Bisogna farsi delle domande”. Come dire che, probabilmente, a uccidere non è stata l’Ecstasy da sola, ma un insieme di fattori. “Da quanto tempo stava ballando? Aveva assunto abbastanza liquidi? La prevenzione si fa così”.

Le posizioni della politica. Sulla vicenda hanno preso posizioni in tanti, e non sempre con dichiarazioni scontate. Se per Giovanardi bisogna fermare lo sballo, per il parlamentare alfaniano Pizzolante il cocoricò “ha subito un linciaggio mediatico”. Per salvini un segnale “andava dato, ma resta il problema culturale”, mentre la candidata leghista a sindaco di Bologna Lucia Borgonzoni scrive su facebook che molto spesso i gestori non hanno colpe. Provvedimento giusto quello della chisura, dice invece il vendoliano Massimo Mezzetti, assessore regionale alla legalità e alle politiche giovanili.

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