La leggenda dell’highlife a Bologna: intervista a Ebo Taylor

Ebo Taylor, Wikimedia. Foto di Schorle

Ebo Taylor, Wikimedia. Foto di Schorle

9 feb. – Quando dall’altra parte del telefono c’è una leggenda, è meglio unire gli sforzi: per questo Maps ha chiamato in regia Cristian Adamo di Lains for Laions al fine di conoscere meglio Ebo Taylor, il padre dell’highlife, quella musica nata proprio nel Paese natio di Taylor, il Ghana, tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60, cioè in piena decolonizzazione. Una musica allegra, guidata da chitarre elettriche e ottoni: un genere che, ci ha raccontato il nostro ospite, “si è sviluppato in afrorock e afropop, diventando più facilmente digeribile per europei, britannici e statunitensi. Ma si può suonare anche in una forma che riporti alla mente i classici, da Charlie Parker al bebop: in fondo sono musiche che hanno radici africane vecchie di secoli. E l’highlife a sua volta sta prendendo in prestito elementi dalla classica, dal jazz, dalla musica reggae e caraibica: insomma, da ogni musica che arriva dal mondo”.

E il successo internazionale di Taylor, dell’highlife e anche dell’afrobeat è un fenomeno accertato, tipico degli ultimi anni, che per il musicista ghanese è legato all’uscita nel 2010 del suo primo disco distribuito internazionalmente, Love and Death: “Alla base dell’album c’è un discorso filosofico che risale al pensiero dei nostri antenati. L’amore può portare alla morte: non sono estranee l’una all’altra. Può uccidere, o portare al disordine: si può morire d’amore”. L’ultimo disco di Taylor, Appia Kwa Bridge, è ormai di 5 anni fa, ma il nostro ospite ci ha assicurato che sabato 11 , al Locomotiv per Murato, ci saranno in scaletta “tracce che non abbiamo mai suonato dal vivo e neanche registrato”.

E non potevamo concludere la telefonata senza parlare di altri due grandi nomi legati al nome di Taylor: quel Pat Thomas, “che ha suonato in quasi tutte le canzoni che ho registrato. Non solo: è un buon amico. Ha contribuito a dare fama internazionale alla musica ghanese”. E, dulcis in fundo, Fela Kuti: “Ci siamo conosciuti al Trinity College of Music, dove studiava, e siamo diventati amici. Parlavamo del futuro della highlife, discutevamo di jazzisti come Miles Davis: facevamo ricerche continue rispetto a nuove forme musicali che poi avremmo risuonato a casa. Poi Fela è tornato in Nigeria e io in Ghana e ognuno di noi ha portato queste innovazioni nella musica che suonavamo: lui è venuto spessissimo in Ghana e lentamente alcune cose dell’highlife e dell’afrobeat si sono avvicinate“.

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