Due canzoni dei Telegram come non le avete mai sentite

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22 feb. – Il loro atteso LP di debutto, Operator, contiene in sé tutti i colori del rock inglese, dalla psichedelia al punk, dall’indie al pop, ma ai Telegram pare non importare dell’eredità che ogni band britannica immaginiamo debba portare con sé. “Per me non è importante la provenienza, ma la musica“, ha raccontato a Maps il frontman Matt Saunders, nei nostri studi insieme al batterista Jordan Cook in rappresentanza del quartetto, di scena venerdì scorso al Covo Club. “Se conoscessi della buona musica danese, mi influenzerebbe”, ha concluso. “Mi sento molto vicino al primo punk newyorchese, per dire: ma può essere il risultato di un percorso di avvicinamento che comunque prende piede da qualcosa che conosci”, ha confermato Jordan, rivelando che tra le musiche che amano c’è anche il garage italiano di fine anni ’60.

E pensare che tutto è nato grazie a un dj radiofonico, quel Mark Riley di BBC6 che ha ricevuto una registrazione fatta col cellulare di qualche canzone suonata in sala prova e ha voluto la band per uno showcase in onda: “L’esibizione da lui è stato il nostro terzo live in assoluto”, ha raccontato Jordan, rivelando ciò che è accaduto tra la formazione della band nel 2013 e l’anno scorso, quando in aprile è uscito Operator: “Dall’uscita del nostro primo singolo siamo stati corteggiati da numerose etichette, abbiamo fatto tantissime riunioni per un anno e mezzo: ci hanno risucchiato e alla fine abbiamo deciso di fare a modo nostro, facendo uscire l’album con la nostra stessa etichetta, la GramGram”.

Oltre a curiosità e aneddoti sulle due canzoni che Matt ha suonato in studio in una particolarissima versione chitarra e voce, “Taffy Come Home” (“Ha a che fare con i miei spostamenti dal Galles a Londra”) e “Godiva’s Here” (in cui si immagina una nuova protesta contro la pressione fiscale), abbiamo analizzato con i nostri ospiti la traccia più composita e bizzarra dell’album, “Telegramme”: “Quella è stata la prima canzone che abbiamo scritto, quando ancora Jordan non era nella band”, ha detto Matt, “e l’ultima che abbiamo concluso: si chiama quasi come la band, e questo è stata un po’ una palla al piede, perché pensavamo dovesse racchiudere il suono del gruppo”. E non è un caso che si tratti di una canzone di sei minuti che pare contenere in sé tanti spunti e suggestioni.

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