Don Nicolini. Le occupazioni creano una “legalità superiore”

Bologna 20 ott.- “Mi chiedo dove si collochi la giustizia oggi. Perchè mi capita di pensare che chi cerca di fare giustizia, in realtà stia commettendo una grossa ingiustizia: spesso, chi cerca di risolvere un problema, in realtà lo crea”. Don Giovanni Nicolini, parroco di Sant’Antonio da Padova alla Dozza, a due passi dal carcere, e molto vicino all’assessore bolognese Amelia Frascaroli, commenta così, a caldo, i recenti episodi che hanno coinvolto la città. Prima lo sgombero di Atlantide, poi quello di via Solferino, questa mattina il tentativo in via Fioravanti, all’ex Telecom, struttura dove vivono 300 persone tra cui 104 minori.

“È naturale che se viene annunciato uno sgombero, poi sia eseguito. Ma l’idea di avere centinaia di persone per strada e delle stanze vuote, qualche problema me lo crea. Nasce un cortocircuito tra legalità, moralità ed etica“. Amelia Frascaroli, assessore comunale al welfare, ha dichiarato che le occupazioni creano valore sociale. Don Nicolini è d’accordo? “Io personalmente sono testimone di alcune realtà occupate che sposano in pieno questa tesi. Nelle strutture ci sono persone molto interessanti. E se da un punto di vista legale non approvo, devo ammettere che queste iniziative forse danno vita una legalità superiore. Lì viene offerto aiuto, e questo è un fatto culturale, politico e spirituale”. Nell’ex Telecom, per esempio, ci sarebbero malati terminali di tumore, un bambino attaccato a un respiratore per una grave malformazione e sei lattanti… “Non dovrebbero essere le occupazioni a farsi carico di queste situazioni: e la mia severità nel giudicare alcune situazioni naufraga davanti alla verità e alla bellezza di quello che avviene all’interno”, osserva il religioso.

Il parroco, che da poco è anche consulente del sindaco Merola sui profughi, promuove l’ex Galaxy, la soluzione più importante trovata finora dall’amministrazione per la gestione dell’emergenza abitativa: 95 appartamenti, un paio di giorni fa i primi ingressi: presto arriveranno anche ex occupanti: “Scelta assolutamente necessaria, un passo piccolo, ma pur sempre un passo”. E annuncia che si sta muovendo in prima persona per collaborare con il Comune: l’idea è quella di un volontariato sociale. “Ho chiesto ai miei contatti -sia in ambito cattolico sia laico- di aiutarci. C’e’ chi ha una stanza libera o una casina sfitta fuori città che metterebbe volentieri a disposizione delle famiglie in difficoltà, sulla falsariga di quanto fatto per i migranti”, mentre ricorda l”appello di Papa Francesco. Ma è di pochi giorni fa la notizia che solo quattro parrocchie bolognesi su 416 hanno dato la disponibilità ad accogliere i profughi: “Ecco perchè non stiamo solo cercando abitazioni, ma stiamo cercando di mettere insieme una serie di attività collaterali volte a promuovere l”integrazione. Fa l’esempio di un dopo-scuola riservato ai ragazzi delle scuole medie superiori: “Spesso abbandonano la scuola, e noi proviamo a impedirlo: c’è chi regala un paio d’ore di ripetizione di matematica, chi di italiano, chi di inglese”.

Don Nicolini tratteggia i contorni di una stagione particolarmente triste e opaca: “E la responsabile di questa situazione è la politica, che non fa altro che amministrare il dato di fatto, offrire risposte emergenziali, quando dovrebbe andare oltre, varcare la semplice gestione. La città stessa ha dimostrato di essere molto più avanti: laicamente, l’unica riposta possibile e” ripartire dalla partecipazione”. Il riferimento è alle reazioni dei bolognesi agli sgomberi: “Ho visto tanta gentilezza. Ho visto uomini e donne offrire l’acqua quando nelle occupazioni veniva tagliata. Li ho visti scendere in piazza e rimboccarsi le maniche. Il cancro più grosso del nostro tempo è l’indifferenza: si sconfigge con l’impegno”. Che poi, spiega don Giovanni, il vero problema non sarebbe nemmeno quello abitativo, ma quello lavorativo: “Quattro mura, dritto o storto, si possono anche trovare: ma le persone in difficoltà spesso sono inattive. È il lavoro l’unica prospettiva per sperare in un futuro migliore, e se non c’è, è facile immaginare come e dove si possa finire. Lo Stato deve impegnarsi su questo punto, trovare nuove forme: sennò è come un’alluvione, si aggiunge qualche sacco di sabbia qua e là, ma non si interviene strutturalmente. E tutto si rivela inutile”. (Dires- Redattore Sociale)

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