Disabilità. Il movimento Liberi di Fare torna in piazza: “Più soldi e meno retorica”

6 giu. – “Ho 52 anni e vivo ancora con i miei genitori, fisicamente ho una disabilità che non mi permette di fare nulla da sola, ho bisogno di un carrozzina elettrica per muovermi e sopratutto dell’assistenza di mia madre, visto che mio padre è molto anziano e non più autosufficiente”. E’ il racconto della signora Fulvia Reggiani di Mirandola (Mo), costretta a 52 anni ad ammettere che senza genitori non riuscirebbe ad affrontare la vita di tutti i giorni perché lo Stato, nelle sue varie articolazioni, non riesce comunque a garantirle autonomia e indipendenza. E’ anche da testimonianze del genere che è nato il movimento “Liberi di Fare“, rete di persone che si è formata sui social network e che chiede un sostegno “più concreto da parte delle istituzioni all’assistenza personale per le persone disabili“. E quando si parla di “aiuto concreto” non si intende “dichiarazioni retoriche o pietistiche” ma prima di tutto – sottolineano attiviste e attivisti di Liberi di Fare – “il necessario contributo economico per pagarsi assistenti personali”.Perché senza soldi e meccanismi in grado di garantire davvero l’autonomia e la libertà di vita, dicono gli attvisti di Liberi di Fare, “si configura una profonda violazione dei diritti umani“. Ed è proprio quello che sta succedendo in Italia da decenni.

La puntata di “Welfare – esplorazioni nel sociale che cambia” dedicata a Liberi di Fare:

      Welfare - 6 giugno 2018

Per questo Liberi di Fare, dopo le manifestazioni in tutta Italia dello scorso anno, ha deciso di farsi nuovamente sentire questo weekend. Manifestazioni sono previste a Bologna, Roma, Torino, Foggia, Milano, Senigallia, San Benedetto del Tronto, Cupra Marittima, Ferrara, Montecchio di Vallefoglia, Fossombrone, Porto San Giorgio, Fermo e Porto Viro. Già pronti i cartelli: “Mi serve l’assistente personale per farmi accompagnare dove voglio io”, “Decido io chi si occupa di me”, “Mi serve l’assiste personale perché dal moroso non ci vado con la mamma“.

Una mobilitazione che parte da un’affermazione: “Se messe nelle giuste condizioni, le persone disabili possono autodeterminarsi e concretizzare il diritto di vivere la vita che desiderano”. “Al momento in Italia – dice Liberi di Fare – non vengono stanziati abbastanza fondi per l’assistenza personale. Nonostante i progressi raggiunti in alcune Regioni quasi dieci anni dopo l’adesione dell’Italia alla Convenzione ONU del 2009, ancora troppe persone disabili che hanno bisogno di assistenza sono costrette a vivere in luoghi di isolamento sociale e segregazione, senza possibilità decisionale e vulnerabili a potenziali abusi, oppure si trovano a dipendere dalla cerchia familiare, in un contesto di limitazioni reciproche e senza libertà di scelta. Le case di cura, in particolare, sono residenze simili alle prigioni, salvo che le persone che vi risiedono non hanno commesso alcun reato”.

A guidare il movimento Liberi di Fare Maria Chiara e Elena Paolini, due sorelle disabili attive nel campo dei diritti delle persone disabili, che da alcuni anni gestiscono Witty Wheels, un blog dedicato a disabilità, stereotipi e giustizia sociale. Sono state proprio Maria Chiara e Elena a creare un video che sta spopolando su facebook, in cui viene messo in scena un ipotetico colloquio tra una ragazza disabile e la sua assistente sociale. “Due ore al giorno di assistenza possono andare bene?”, chiede l’assistente. “Ma fuori da queste ore come faccio ad andare al bagno?”. La risposta: “Beh, te la tieni, e se non ti piace c’è un posticino comodo comodo con assistenza giorno e notte, certo non puoi uscire quando vuoi e la statica di abusi è altine…”. Dialoghi grotteschi in cui però molte persone hanno ritrovato tracce di vita reale. “E’ successo anche a mia figlia Maristella – scrive una mamma – mi hanno detto di tenerla in casa. Ma anche un cane esce di casa. Vergogna”. So bene come funziona – aggiunge su facebook un’operatrice sanitaria – Io faccio l’assistente domiciliare e le ore vengono distribuite come capita. Il video è realtà“.

Se c’è chi a 52 anni ha un sogno, quello dell’andare a vivere da sola, e non può raggiungerlo perché la somma dei contributi statali, regionali e comunali che riesce a mettere insieme a fine mese non le garantisce quanto serve per pagare i tre stipendi degli assistenti personali che dovrebbero stare con lei h 24, c’è anche chi, invece, deve trovare la forza di affrontare la burocrazia che rallenta l’acquisto di una carrozzina elettrica e così, per un anno, si ritrova impossibilitata ad uscire di casa se non accompagnata. “La carrozzina vecchia si spegneva di colpo quando ero in mezzo alla strada col rischio di farmi investire, era troppo pericoloso girare da sola con un mezzo del genere e per avere quello nuovo ho aspettato un anno intero”, racconta Claudia Quaglieri, 49enne con distrofia muscolare da anni in prima fila nella lotta per i diritti. La storia di Claudia racconta di una battaglia tra lei e gli immancabili “uffici preposti”, ritardi per avere un nuovo mezzo per spostarsi e l’attesa di un anno, la necessità di dover anticpare di tasca propria migliaia di euro, “chiedendo del denaro a mio padre di 70 anni e all’anzienda l’anticipo del tfr“. E nel mezzo la sfida con l’Ausl, che voleva chiudere la pratica in fretta offrendole una carrozzina gratuita e già pagata dal pubblico, ma senza il necessario meccanismo per l’elevazione. Venti centimetri, sembra poco, ma senza l’evazione – racconta Claudia – “non sarei riuscita nemmeno ad andare in bagno da sola. E visto che non posso garantirmi un’assistenza h24 non riesco a garantirmela per ragioni economiche ho insistito per un modello differente, che alla fine al netto dei rimborsi mi è costato 5 mila euro”.Cosa vuol dire per Claudia Liberi di Fare? “Vuol dire prima di tutto libertà di pensare e di immaginare la mia giornata, senza vincolo e senza costrinzioni su quel che mi sento di fare o di essere”.

La sfida, raccontano le tante persone che aderiranno a Liberi di Fare è economica, perché lo Stato non dà abbastanza; organizzativa, perché le ore di assistenza sono troppo poche; ma anche psicologica e culturale, “perché capita che alcune assistenti sociali ci guardino con pietà e ci dicano: ‘Lavori? Beh almeno stai in compagnia di qualcuno’. Ma quando il concetto è questo e non ci si rende conto che siamo persone non disabili, a quel punto diventa impossibile parlare di autonomia e libertà di fare, ma si ricade sempre nel concetto dell’assistenza, dove noi siamo oggetti e non persone”.

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