“Diario di un partigiano” di Giacomo Vicchi per il 70° della Liberazione

Bologna, 21 apr. – Perché pubblicare il proprio “Diario di un partigiano” a 70 anni dalla Liberazione? Giorgio Vicchi, classe 1925, bolognese, è stato partigiano in Veneto, prima vice commissario politico del Gruppo Brigate Vittorio Veneto e poi commissario politico della Brigata Ciro Menotti, una delle due divisioni sopravvissute ai rastrellamenti nazifascisti dell’agosto ’44. Erano  garibaldini, quindi rossi, coordinati dal Partito Comunista, “partigiani e non soldati”, specificano. Una testimonianza preziosa quella di Vicchi, presentata dall’Istituto Parri in questi giorni e ora disponibile al pubblico nelle librerie. “Mi dicevo: è solo un frammento, anche le memorie di un partigiano non sono che due spennellate di colore in questa grande cosa che è stata la Resistenza, la Liberazione” ha spiegato Vicchi durante la presentazione delle memorie. “Mi ha convinto soprattutto questo: c’è molta gente che ha scritto e continua a scrivere della Resistenza ma per quanto siano degli storici seri che studiano, che riflettano possono essere sempre in parte condizionati dalla loro mentalità di oggi, da come si ragiona oggi. Qui invece ci sono le parole, le impressioni, i sentimenti di allora, con tutto ciò che c’è di positivo e di negativo”.

I valore dell’autenticità: un diario scritto in presa diretta su foglietti sparsi, pezzi di carta, supporti di fortuna e anni dopo riordinato dall’autore stesso e chiosato. Una storia recuperata passo dopo passo sui sentieri in cui è stata vissuta. Vicchi ha infatti ricostruito la propria biografia militare con Roberto Mezzacasa, tornando personalmente in quella zona del bellunese dov’è stato per 17 mesi semplicemente “Giorgio Battaglia”, il suo nome da partigiano. La montagna amata e, allo stesso tempo, primo nemico da fronteggiare: “Su e giù per la montagna, sempre su e giù per la montagna, non c’è mai pianura per noi partigiani”, scrive Vicchi.

Alla presentazione è intervenuta l’ex-onorevole Gianfranca Codrignani, che ha valorizzato in un lungo discorso l’esperienza storica di quanti, uomini e donne, hanno combattuto nella reale convinzione di partecipare al processi di costruzione di un nuovo stato. L’ex deputata ha letto un estratto dalle memorie di Vicchi, sottolineandone l’intensità emotiva non minore al rigore documentario. Nel brano (segue l’audio) si racconta un momento cruciale: il processo sommario di un prigioniero e la decisione finale di rilasciarlo.

Erano presenti anche una delegazione del Comune di Belluno – di cui Vicchi ha la cittadinanza onoraria proprio per i servizi resi allora alla popolazione – e l’attuale direttore dell’Istituto Storico Parri, Luca Alessandrini. Alessandrini è autore del saggio introduttivo a “Diario di un partigiano” e ce ne ha parlato così:

Abbiamo poi parlato del diario di Giorgio Vicchi con Renato Romagnoli, presidente dell’Anpi di Bologna, partigiano-simbolo della Resistenza cittadina, che ha però conosciuto, agli inizi, l’esperienza della montagna. “La Resistenza come scuola di democrazia”, ricorda Romagnoli. Queste le sue parole:

Giorgio Vicchi termina con voce tremante d’emozione ma decisa: la Resistenza non è una storia conclusa. “Come diceva quella vecchia canzone partigiana: fischia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar. Scarpe rotte allora, oggi non più” si ferma un attimo, “eppur bisogna andare, eppure bisogna ancora andare”.

Serena Riformato

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