Claudio Simonetti: “Per Profondo Rosso ci affidammo all’istinto”

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Foto © Alessandra Merlin

13 apr. – “Mi ricordo perfettamente come è iniziata la nostra collaborazione con Dario Argento“: a parlare ai microfoni di Maps è Claudio Simonetti che con la nuova incarnazione dei suoi Goblin ha calcato il palco del Locomotiv Club giovedì scorso. “Avevamo un contratto con la Cinevox Records, editore delle colonne sonore di Argento. Allora i Goblin si chiamavano Oliver e di lì a poco avremmo inciso un album con il nome Cherry Five. La casa discografica invitò il regista a sentirci, perché per Profondo Rosso Argento voleva una colonna sonora rock, a cui stava già lavorando Giorgio Gaslini“: inizialmente scelti come esecutori, i Goblin si trovarono poi a scrivere completamente le musiche per quel capolavoro. “Eravamo ragazzini, io non avevo neanche 23 anni, ma ci affidammo all’istinto e la prima traccia che venne fuori fu proprio il tema del film”: un inizio stellare, insomma.

Con il nostro ospite abbiamo anche esaminato le modifiche del suono di Simonetti e dei suoi musicisti: “In Profondo Rosso, Moog a parte, non c’era molta elettronica, ma non per nostra volontà: certi strumenti non c’erano. In Suspiria, invece, la musica elettronica è molto più presente, insieme a suoni etnici prodotti da tabla e dal bouzouki: uno strumento greco che richiama le origini della strega madre del film”. Nell’intervista, che potete ascoltare integralmente qua sotto, abbiamo rivissuto le sonorizzazioni live del film del 1975 (“Nel 2009 a Torino, in piazza CLN, c’erano 10.000 persone!”, ci ha detto Simonetti) e il lungo percorso artistico di Simonetti, che ha voluto concludere la chiacchierata con un commosso ricordo di un musicista che per lui è un maestro dichiarato, Keith Emerson, suicidatosi di recente. “L’ho sempre amato, dai Nice agli ELP: per me è il più grande musicista rock che sia mai esistito: sapere della sua fine così triste mi ha addolorato, anche perché Carl Palmer [con cui Simonetti andrà in tour da ottobre, ndr] mi aveva raccontato dei problemi che Emerson aveva al braccio. Non capisco il suo gesto e lo comprendo allo stesso tempo, perché immagino quanto potessere essere penalizzante per lui non potere più suonare”.

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