Ciao Carlo


 E’ un sabato pomeriggio noioso, piovoso. Improvvisamente un pensiero: “ho proprio voglia di sentire Carlo,  solo per fare due chiacchiere, per sapere come sta”.  E mi dico: “Lo chiamo lunedì dopo la trasmissione…”
Ci siamo salutati così caro Carlo, nessuno di noi due penso abbia mai avuto un gran senso della premonizione, ma nulla capita per caso.
Ci si incontra, forse, per caso. Come quando ti chiamai per la radio tanti anni fa per presentare in città il tuo primo libro per la Kaos, “Nel fango del dio pallone”.
Tu non sguazzavi nell’oro e la radio nemmeno, fu naturale quindi ospitarti da me come altrettanto naturale nacque quel senso di intimità che ci piace chiamare amicizia.
Da allora puntualmente ci si risentiva, anche assieme a Fernando Pellerano: molte volte per interviste, per commentare quel verminaio di mondo del calcio (e non solo) che denunciavi nei tuoi libri, oppure per presentare un incontro, un’iniziativa.
Quando eri a Bologna non c’erano santi, io te e Nando ci si vedeva. Tra le tante occasioni, una delle più belle fu la serata a Villa Mazzacurati a vedere la trasposizione teatrale tratta dal tuo libro e messa in scena da Alessandro Castellucci.
Ci vedevi ormai pochissimo, così si camminava stretti e abbracciati come due morosi nel buio del parco della Villa, a raccontarcela…
Perché ne avevi da raccontare: hai smascherato il marcio del calcio italiano, le scommesse, il doping e la corruzione. Hai fatto i nomi e i cognomi, e come amavi ricordare “nessuno mi ha mai querelato”.
Quando scoppierà Calciopoli il pm di Napoli Narducci affermerà: «Penso a Carlo Petrini. Uno che ha giocato in serie A e si è macchiato, naturalmente da solo, di gravi nefandezze che hanno lasciato il segno anche nel suo fisico. Poi però ha scelto di raccontarle. Ed è stato messo all’indice ormai da anni».

Scrivevi e denunciavi, ma senza quell’afflato spesso indigesto che ha il comico corrosivo o il giornalista d’assalto, sempre “coraggioso”, che si butta sul fatto senza tremare un momento.
Tu no. Non lo facevi mai, non era nelle tue corde: solo chi ci è stato fra i rei e i dannati riesce a parlare delle malefatte degli altri senza fare alcuno sconto ma anche senza acrimonia. Perché tu per primo non hai fatto alcun sconto a te stesso.
Anche tu non ti eri fatto mancare niente: la vita del calciatore bello e dissoluto, proprio lo stereotipo del genere. Donne e macchine le tue passioni, e i soldi. Tanti, troppi, ma sempre pochi. E allora le scommesse clandestine e le partite truccate, fatte in quel modo ancora artigianale e  ingenuo se paragonate alle sofisticate macchine del malaffare messe in piedi oggi.
Poi negli anni ’80 hai cominciato a cadere: proprio qui a Bologna a fine carriera. Eri l’anima nera del calcio italiano. E arrivarono i processi, i sospetti e i ricatti, le amicizie nel sottobosco malavitoso e la fuga dall’Italia in Francia, dove ti nascondevi da quelli che avevi fregato. Troppo lontano, tanto da non aver il coraggio di rientrare neanche per il funerale di tuo figlio Diego, l’unica cosa della tua vita che non ti sei mai perdonato veramente e che ti ha dato però la forza di cambiare, al punto di assumerti tutta quella
pena e rielaborarla, per diventare qualcos’altro.
Un altro Carlo, che non ha mai smesso di essere anche il primo, ma che lo vedeva e ne parlava con distanza e affetto, come se fosse il suo fratello gemello.
Hai sempre vissuto la malattia come se non dovesse mai fermarsi la giostra e ne parlavi con una tale disarmante naturalezza che ci hai fatto credere di essere invincibile.
Mi mancherai Carlo, anzi, mi manchi già.

Paolo Soglia


Biografia e opere di Carlo Petrini

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