Castelfrigo. Parla il prestanome travolto dai debiti: “Così nasce una falsa cooperativa”

Una delle tante manifestazioni degli operai della Castelfrigo di Castelnuovo Rangone

Modena, 13 gen. – “Quando la Finanza si è presentata a casa mia i militari mi hanno detto: lei è stato presidente di una cooperativa, ora deve allo Stato centinaia di migliaia di euro. Non ci volevo credere. Io presidente? Ma se sono senza lavoro”. Lo dice in un italiano stentatissimo Lulja Harum, 30 enne di origine albanese, uno dei tanti operai che hanno perso il posto di lavoro alla Castelfrigo, azienda del modenese che si occupa di lavorazione carni. Harum dal primo di gennaio si ritrova senza stipendio, e con lui altri 74 operai, tutti stranieri. “Abbiamo scioperato e protestato, abbiamo chiesto il rispetto della legge e dei contratti e l’azienda ha deciso di punirci e allontarnarci”, spiegano i suoi ex colleghi.

La storia di Harum non solo racconta dello sfruttamento a cui tutti erano sottoposti, ma anche dello stretto legame che c’è tra sfruttamento, false cooperative, possibili infiltrazioni della criminalità e la necessità per i lavoratori stranieri di dover rinnovare continuamente il permesso di soggiorno. Senza lavoro il permesso non si rinnova, e quindi per un lavoro si fa di tutto. Sopratutto: si firma di tutto. E’ proprio quello che è successo ad Harum, nel 2014 convinto – o costretto vista la sua situazione – a firmare le carte per diventare presidente della coop in cui ha lavorato per qualche tempo. Si trattava della coop Framas, impegnata dal 2014 al 2015 proprio alla Castelfrigo attraverso l’intermediazione di un consorzio di Vignola. In cambio di mille euro e un contratto di lavoro Harum ha messo la sua firma ovunque, ed è diventato “presidente” di una finta coop in subappalto alla Castelfrigo, utilizzata per tagliare costo del lavoro, contributi e tasse. Ora Harum è stato cacciato dall’azienda, e si ritrova disoccupato e con un debito di almeno 600 mila euro con il fisco, ma altre cartelle esattoriali e contestazioni sarebbero in arrivo. Protesta con gli altri operai, ma quando racconta la sua storia lo fa a fatica, preferisce non parlare, e quando lo fa abbassa spesso lo sguardo.

Una battaglia che gli operai guidati dalla Flai-Cgil stanno combattendo da quasi tre mesi. Sfruttamento, contratti non rispettati, false coop. Questa la denuncia di chi continua a protestare con un presidio h24 davanti ai cancelli dell’azienda di Castelnuovo Rangone. Il caso di Harum però è diverso dagli altri: non si tratta di un semplice operaio assunto da una coop in subappalto alla Castelfrigo, e poi cacciato a fine appalto perché ha alzato troppo la testa. Harum è stato, forse totalmente a sua insaputa, presidente di una delle tante coop che nel corso degli anni si sono avvicendate sotto il tetto dello stabilmento Castelfrigo. Quel che si dice un “prestanome“. Una persona cioè che mette a disposizione la propria firma per creare società di comodo, per giunta secondo la Flai-Cgil utilizzate per evadere e sfruttare. Una situazione che non è di certo inedita. La novità però è che il 30 enne ha deciso di unirsi alla protesta e di raccontare la sua storia. Non solo alla stampa ma anche alla Guardia di Finanza di Modena. Quel che ha raccontato illumina più di ogni intervista il meccanismo di sfruttamento che sta alle base delle false cooperative, quelle cioè dove la vita democratica non esiste e dove i lavoratori sono soci solo di nome e non di fatto, dove ad esempio nessuno ha mai votato o discusso un bilancio sociale.

“Sono arrivato in Italia nel 2008 e per un periodo sono rimasto senza documento facendo lavori di fortuna – ha spiegato alla Guardia di Finanza – Quando poi l’ultimo permesso di lavoro temporaneo è scaduto sono entrato in contatto con degli italiani che mi hanno chiesto di firmare dei fogli. In cambio avrei avuto la possibilità di avere un contratto di lavoro, e quindi di rinnovare anche il permesso di soggiorno”. Alla Guardia di Finanza il signor Harum ha raccontato di avere anche firmato dei documenti bancari, “ma io – ha aggiunto – quelle carte le ho firmate solo per avere un lavoro, mantenere economicamente la mia famiglia e restare in Italia”. Per la prima firma, quello che lo ha trasformato di colpo in presidente di cooperativa, Harum dice di aver incassato mille euro come ricompensa. Un bel gruzzoletto, viste anche le sue difficoltà economiche. E subito dopo è arrivato il contratto di lavoro, come promesso. “Non sapevo che stavo facendo, l’ho capito davvero solo più tardi”, racconta distrutto. Dopo essere stato “presidente” della Framas, Harum è diventato un socio lavoratore della coop Work, a fine dicembre come tutti gli altri suoi colleghi è stato buttato fuori dall’azienda e ora è un disoccupato in lotta per il posto di lavoro. Ma si ritrova almeno 600 mila euro di debiti con il fisco, in qualità di ex presidente di una delle tante finte coop che negli anni sono passati dalla Castelfrigo. Cooperative di comodo, ha ricostruito la Flai-Cgil, utilizzate per evitare di versare Iva, Irap, contributi Inps e Inail. Alla fine, livello dopo livello, la responsabilità si è scaricata sui presidenti-prestanome, ultimi rappresentanti di coop che non hanno mai pagato e che ora non ci sono più. E all’ultimo livello c’è Harum, rintracciato dai finanziaeri e ora perseguitato dalle cartelle esattoriali.

Ma c’è di più: a contattare Harum quando era senza permesso di soggiorno e a metterlo in contatto con gli italiani che lo hanno poi convinto a firmare (la famiglia Melone, una più che decennale esperienza in fatto di coop che aprono e chiudono) sarebbe stato Ilia Miltjan, conosciuto come “codino”, un signore albanese con precedenti per droga e che secondo la Cgil svolgeva la funzione di caporale proprio all’interno della Castelfrigo. Insomma ad occuparsi della ricerca di prestanome-presidenti delle varie coop che sono passate dalla Castelfrigo attraverso un consorzio di Vignola è stata, almeno in un caso, una persona che normalmente sarebbe inassumibile in qualsiasi azienda. Sotto il tetto della Castelfrigo però, raccontano alcuni operai, il “codino” faceva con loro il bello e il cattivo tempo. E’ proprio a Miltjian che le forze dell’ordine hanno intitolato una maxi operazione anti droga nel 2013. “Smantellato dalla Squadra Mobile della Questura di Modena un traffico internazionale di droga”, si disse all’epoca. Un traffico che andava dall’Albania a Vignola.

Per la Flai-Cgil la principale responsabile resta l’azienda committente, la Castelfrigo stessa. “La Castelfrigo – spiega il segretario regionale della Flai Umberto Franciosi – convive con questo sistema di appalti da oltre dieci anni, è quindi il principale responsabile di quanto sta accadendo in questi mesi”. “Il potere politico ed istituzionale di ogni livello ha condannato le false cooperative – continua Franciosi – ma ancora non sentiamo una parola di condanna nei confronti della Castelfrigo. Queste omissioni e silenzi sono un serio problema, perchè possono essere lette come mancanza di volontà politica ad intervenire su un fenomeno, quello degli appalti di dubbia legittimità, che stanno compromettendo una delle filiere strategiche per l’economia dell’Emilia Romagna e per tutto il Paese”

La vertenza ha portato sul piazzale della Castelfrigo politici di ogni colore: dal Pd a Liberi e Uguali (domenica ci sarà Fassina) passando per il Movimento 5 Stelle (per i grillini è passato anche il big Alessandro Di Battista) e addirittura Forza Italia. “Le vedo le bandiere rosse della Cgil certo, ma questi operai hanno ragione, qui bisogna intervenire e mi chiedo dove sia stata la politica in tutto questo tempo”, ha dichiarato ad esempio il capogruppo di Forza Italia nel Consiglio comunale di Modena Carlo Galli. La politica è unita nel denunciare lo scandalo, mentre la Cgil punta il dito contro il governo che ha depenalizzazione la somministrazione irregolare di manodopera (dlgs 8/16) e contro il Jobsact che ha abrogato la “somministrato fraudolenta di manodopera”. La spaccatura è però ora sindacale: se la Cgil continua a protestare la Cisl ha assistito i lavoratori che non hanno protestato, e che sono stati “risparmiati” dai licenziamenti della Castelfrigo. Chi non ha scioperato è infatto stato riassunto anche attraverso l’intermediazione sindacale della Cisl. “Ci hanno chiesto di aiutarli, abbiamo fatto il meglio che si poteva”, si difendono i funzionari Cisl che hanno firmato un contestatissimo accordo. “Quel che è successo è una vergogna”, ribatte la Cgil che promette di continuare la lotta.

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