Bologna Violenta racconta la Uno Bianca: intervista esclusiva

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+++ AGGIORNAMENTO: Bologna Violenta sarà ospite di Maps venerdì 14 marzo++++

Il prossimo 24 febbraio esce il quarto album di Bologna Violenta, il nome del progetto musicale di Nicola Manzan di cui abbiamo spesso parlato sulle nostre frequenze. Dopo un primo disco del 2005 ispirato ai film polizieschi italiani degli anni ’70, il polistrumentista trevigiano ha fatto uscire per Bar La Muerte nel 2010 Il Nuovissimo Mondo e quindi, nel 2012, Utopie e piccole soddisfazioni. Il nuovo album (pubblicato da Woodworm, Wallace Records e Dischi Bervisti), che RCdC ha ascoltato in anteprima, si intitola Uno Bianca: è un concept basato sul centinaio di azioni della banda dei fratelli Savi che colpirono la nostra Regione e le Marche tra il 1987 e il 1994 provocando la morte di ventiquattro persone e ferendone più di cento. Il disco ha ventisette tracce per trentadue minuti di durata totale e mischia splendidamente le ritmiche serrate ed estreme a cui Manzan ci ha abituato fin dalle prime prove di stampo grindcore a delle aperture dolenti, affidate per lo più agli archi. Il risultato è intenso e maturo, prova della notevole e continua crescita stilistica e concettuale del musicista.

Questa è la prima intervista che Nicola concede sul disco.

Sembra quasi naturale che un progetto musicale che si chiama Bologna Violenta si occupi di uno degli episodi di cronaca che ha insanguinato la nostra città. Era un’idea che avevi da tempo?
L’idea mi è venuta qualche giorno dopo essermi trasferito a Bologna, nel 2002, credo. Sono stato al Pilastro (senza sapere che fosse il Pilastro) e, quando sono rientrato, ho visto alla televisione, in Storie maledette, l’intervista di Franca Leosini a Fabio Savi in cui parlavano, appunto, dei crimini commessi dalla banda della Uno Bianca. La cosa mi ha colpito molto: mi ricordavo delle vicende, ma non che si fossero svolte in larga parte a Bologna. Conoscevo il Pilastro per la strage dei Carabinieri e mi ha colpito il fatto di essere passato proprio di là in una serata tetra e nebbiosa come quella del massacro.
Ho pensato che avrei dovuto farne un disco, anche se Bologna Violenta non esisteva ancora, quindi era una cosa abbastanza campata in aria. Nel 2007, poi, mentre pensavo a dare un seguito al mio primo album, ho cominciato a elaborare e a studiare la storia della banda, preparando perfino una bozza di copertina (che in pratica è quella del disco che uscirà).
L’idea ce l’avevo da tempo, quindi, ma solo negli ultimi mesi ho deciso che era il momento giusto per parlarne. Finalmente mi son sentito pronto e l’ho fatto.

Cos’è che ti ha fatto sentire pronto? Si tratta di qualcosa che ha a che fare con la musica, quindi con la tua esperienza come musicista, o con la tua conoscenza dei fatti della Uno Bianca?
Un po’ entrambe le cose, però di sicuro l’attesa è stata lunga perché non volevo fare un disco banale, rischiando di raccontare i fatti con superficialità e, soprattutto, ho sempre avuto il timore di offendere in qualche modo chi ha vissuto i drammi causati dalla banda. Sapevo anche che sarebbe stato un lavoro complicato: tendo ad essere maniacale nelle mie cose, quindi ho cercato di documentarmi il più possibile per evitare errori o mancanze. Sono storie, queste, che vanno raccontate bene, nei dettagli, ma senza scadere nel facile sentimentalismo.
Aggiungo che solo ora mi sentivo pronto per affrontare un lavoro del genere anche a livello musicale. Negli ultimi due anni ho lavorato molto ed ho avuto la possibilità di imparare tante cose che mi hanno dato una certa sicurezza quando ho iniziato la scrittura/registrazione del disco.

Come ti sei informato sulle vicende dei Savi?
Ho iniziato con l’intervista di cui sopra, che ho visto e rivisto svariate volte. Ho scaricato tutta la documentazione che si trova in rete, con tutti i dati riportati dalla Polizia e quindi ho letto alcuni libri che parlano di questa storia. Su YouTube ci sono molte interviste e servizi televisivi dell’epoca: alcuni di essi sono molto forti e ricordo di averli visti nei notiziari. Ci sono molti programmi televisivi che hanno dedicato delle puntate alla storia dei Savi, ma devo dire che alcuni sono davvero troppo romanzati e fanno passare i protagonisti delle vicende per dei ladri sì spietati, ma un po’ alla Arsenio Lupin, almeno secondo me. Questa è una cosa che mi infastidisce molto, perché i Savi e il resto della banda sono stati dei criminali della peggior specie, quindi nel mio disco ho cercato in tutti i modi di evitare che si creassero delle “incomprensioni” di questo tipo.

Come hai scelto gli episodi da raccontare, che sono poi i titoli delle tracce? E che corrispondenza c’è tra quello che sentiamo e quello che è accaduto? In fondo si tratta di un disco strumentale, che non ha le parole (o quasi) per raccontare.
Ho scelto di far iniziare il disco col primo colpo della banda, che andò bene e non fece del male a nessuno. Poi ho scelto tutti i colpi a mio modo di vedere peggiori, ovvero quelli in cui venivano uccise o ferite delle persone senza che ci fosse guadagno da parte della banda. I Savi, infatti, sono diventati famosi anche per essere, per così dire, “sfortunati” durante le loro azioni, perché spesso le cose non andavano per il verso giusto; quindi a fronte di un mancato guadagno c’era però sovente un alto numero di vittime (vedi ad esempio la rapina all’ufficio postale di Via Mazzini a Bologna, in cui non c’è stato bottino, ma si son contati un morto e quarantacinque feriti).
I pezzi sono strutturati sulla base di quanto riportato dagli atti processuali: in pratica ho cercato di ricreare in musica le fughe a tutta velocità, le sparatorie, gli omicidi più brutali, così come sembra che si siano svolti. In pratica una specie di colonna sonora di quei momenti. Dentro il disco ci sarà anche una guida all’ascolto che spiega come si sono svolti i fatti e come quindi si sviluppano i pezzi.

Musicalmente il disco vede una presenza massiccia degli archi, mai così forte nella tua produzione: perché?
Il motivo è, per così dire, pratico. Negli ultimi due anni, come dicevo, ho iniziato a registrarmi gli archi a casa con Nunzia [Tamburrano, compagna e collaboratrice di Nicola, ndr], quindi ho acquisito una certa sicurezza in fase di scrittura e di registrazione. Il violino è il mio strumento, lo suono da trent’anni e lo sento come se fosse la mia voce. Volevo fare un disco molto drammatico e che mi rappresentasse, non avrei potuto fare a meno di metterci questa mia anima “classica”. Sento che con gli archi riesco a dare il meglio a livello espressivo: ora come ora faccio fatica a pensare alla mia musica fatta solo con chitarra, basso e batteria.

Sin dalle prime battute del disco si sente che qualcosa è cambiato in Bologna Violenta: la prima traccia è una sorta di ouverture, quasi in senso classico, e poi sono presenti molti più suoni, rumori e registrazioni rispetto agli altri dischi. Si è passati da un dialogo tra le clip dei film e la tua musica (penso ai mondo movie degli esordi), a certe parti musicali che quasi mimano i rumori che sentiamo (campane, telefoni) o addirittura riprendono delle musiche didascaliche, come quelle della traccia che racconta l’attacco al campo nomadi o la musica della sagra dove la banda vide i senegalesi contro cui poi aprì il fuoco.
Con questo disco mi sono sentito più libero di registrare quello che volevo, senza tante menate in testa. Volevo essere didascalico in certi punti ed evocativo in altri e non mi sono preoccupato di molti aspetti “tecnici” della cosa. Mettevo giù un microfono e registravo. Ho cercato di fare qualcosa di monolitico, da un lato, e molto vario dall’altro. Se, ad esempio, c’è sempre la stessa campana che sottolinea la morte di qualcuno, per contro ci sono dei suoni che caratterizzano ogni singolo pezzo, come ad esempio quello dell’allarme dell’auto dei Carabinieri al Pilastro. Oppure, nel caso degli attacchi ai campi Rom, ho registrato le mie “versioni” di due pezzi della loro cultura.

Tra tutte le tracce la 15 (4 gennaio 1991 – Bologna: attacco pattuglia Carabinieri) si distingue dalle altre per la lunghezza e la maggiore strutturazione e comprende anche l’audio di una porzione della cronaca del funerale delle vittime della cosiddetta Strage del Pilastro. Ci racconti come mai questo episodio è per te più importante?
Di base penso che sia stato l’episodio che più ha sconvolto la città di Bologna. Mi ricordo quando al TG ho visto i servizi sulla strage: ero rimasto letteralmente sconvolto dalla cosa. Tra l’altro si tratta di un crimine commesso a metà carriera, se mi passi il termine, quindi a mio avviso fa da spartiacque tra quello che avevano fatto prima e quello che avrebbero fatto dopo. Mi fa ancora una certa impressione rivedere i filmati dei funerali in piazza Maggiore, colma di persone in silenzio, con le autorità che non sapevano che pesci pigliare, con successivi arresti di persone che non c’entravano nulla. Ho pensato che il semplice raccontare in musica quanto accaduto quella notte non bastasse: ho voluto ricreare una specie di requiem per ricordare anche quanto successe dopo.

Tornando al paragone tra le tue prime prove e quest’ultima, c’è una differenza concettualmente rilevante: si va da una base di finzione (polizieschi, cannibal e mondo movies) al racconto in musica di uno dei più tremendi fatti di cronaca nera italiana del secolo scorso. Non hai paura che qualcuno ti dica che “certe cose non si toccano” o che si possa vedere una forma di mancanza di rispetto per le vittime della Uno Bianca?
Il grande cambiamento rispetto ai miei lavori precedenti è proprio la serietà del tema affrontato. I dischi precedenti parlavano di argomenti scabrosi, ma in chiave grottesca, qui non c’è spazio per le risate o le prese in giro. La storia è molto pesante e secondo me va raccontata anche alle generazioni più giovani, perché secondo me la banda ha contribuito a suo modo a cambiare l’Italia (in peggio, sia chiaro). Ho anche contattato l’Associazione delle Vittime della Uno Bianca prima di mettermi a registrare, per dire loro cosa stavo per fare, spiegare le mie motivazioni, ma soprattutto perché, se mi avessero detto che questo era in qualche modo offensivo, avrei optato per qualcosa di diverso. Mi ha risposto la presidentessa e mi ha detto che lo potevo fare, per la cronaca.

Che motivazioni hai dato all’Associazione? Le puoi riassumere?
Ho detto che lo facevo perché è giusto ricordare questa storia ai più giovani, che spesso non la conoscono. La storia dei Savi è un esempio di cosa può diventare l’essere umano se non è guidato da valori apparentemente scontati, come ad esempio il semplice rispetto della vita.

Perché scegli di concludere il disco con il suicidio del padre dei fratelli Savi? Quella di Giuliano Savi, morto nel 1998, è una figura ambigua: ha maledetto i giudici e non ha mai nascosto l’orgoglio per i figli, pur pentendosi alla fine.
Il motivo è proprio l’ambiguità della cosa. Se da un lato era orgoglioso dei figli (disse una volta: “Peccato, perché sparano bene”), dall’altro il peso sulla coscienza secondo me era troppo. Il fatto che abbia deciso di suicidarsi dentro la Uno Bianca di sua proprietà, poi, aggiunge l’ennesimo, macabro tassello ad una storia già di per sé ai limiti del credibile.

Che idea ti sei fatto della vicenda della Uno Bianca? I Savi agivano unendo un’illogica spinta al lucro al puro istinto omicida e violento, quasi si sentissero in uno dei film che citi nei primi dischi, o c’era qualcos’altro?
Credo che siano partiti pensando di “arrotondare” i loro stipendi, ma che abbiano anche presto perso il controllo della cosa. Se da un lato volevano i soldi, dall’altro però non volevano essere scoperti e quindi non ci pensavano due volte ad eliminare i testimoni. Tuttavia ci sono anche molte altre storie oscure, come gli attacchi ai campi Rom (il primo senza un apparente motivo, il secondo fatto dopo una tentata rapina a Longara, come per vendicarsi su qualcuno, meglio se ritenuto “inferiore”).
Non credo ci siano delle mosse politiche dietro, la mafia o il terrorismo. Erano dei criminali che si muovevano pensando di essere immortali (nonostante fossero rimasti feriti alcune volte durante i colpi) e che agivano con un sangue freddo incredibile.

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