“Bologna è il luogo perfetto per vivere”. Intervista a Giorgio Poi

30 nov. – Sabato 2 dicembre Giorgio Poi ritorna a Bologna per la V edizione della rassegna itinerante Color Fest: il musicista romano sarà sul palco di Zona Roveri insieme a Sick Tamburo, il frontman dei Nobraino Lorenzo Kruger e Scarda. Lo abbiamo intervistato ai microfoni di Cotton Fioc per fare il punto – a quasi un anno dall’uscita – sul suo esordio solista in italiano, Fa Niente, uno dei nostri dischi dell’anno.


Giorgio, tu ora vivi a Bologna. È l’ultima tappa di una vita da girovago, nevvero?
Ho vissuto in tante città, è vero. Da quando ero un bambino sono un girovago, i miei genitori si spostavano molto: ho vissuto a Novara, a Lucca, a Pisa, a Roma. Poi da solo, dopo il liceo, sono andato a Londra, in seguito mi sono trasferito a Berlino. E adesso sono a Bologna.

Hai registrato questo disco da solo, in un ex ufficio postale a Berlino Est. In qualche modo questo luogo ha trasmesso una sorta di malinconia all’album?
Forse sì, in realtà non me ne ero reso conto. Ho capito che il luogo aveva influenzato la mia scrittura ed il disco che ne è risultato quando ho mostrato a Matteo Domenichelli – la persona che suona il basso insieme a me dal vivo – una foto della vista dalla mia finestra dello studio che avevo a Berlino. Non mi sorprende per niente questo grigio e quest’ambiente mesto”, mi ha detto lui, “perché è un sentimento che emerge ascoltando il disco”. Immagino, dunque, che in qualche modo sia passato questo sentimento. Io ero nell’ufficio del signor Melzov, Herr Melzov: c’era ancora la placca dell’impiegato che vi lavorava ai tempi della DDR.

Da quando ti sei trasferito qui, invece, hai avvertito qualche differenza nel songwriting rispetto all’esperienza berlinese?
Guarda, in realtà non sono ancora riuscito a scrivere una canzone intera da quando sono a Bologna, sono stato sempre in giro. Proprio in questi giorni ne stavo scrivendo una, ma ho dovuto interrompere perché dovevo andare a suonare.

Come mai hai scelto Bologna dopo Berlino, Londra, queste grandi capitali europee?
Proprio perché ero alla ricerca di una città più piccola, che allo stesso tempo offrisse un minimo di attività possibili da fare, quindi Bologna mi è sembrata il luogo perfetto: è una città che mi è sempre stata simpatica e mi è sempre piaciuta, è bellissima, si mangia benissimo, è vicina a tante altre città – è molto comoda per andare a suonare in giro, i treni sono rapidi e numerosi. È perfetta.

Nell’album, tra l’altro, si intravedono i prodromi del tuo ritorno in Italia. La nostalgia dell’expat in giro per l’Europa è evidente in un brano come Tubature, “è lì che vuoi andare ad abitare”: quanto c’è di autobiografico in un pezzo del genere?
Quello è un brano che descrive la situazione in cui mi trovavo nel momento in cui l’ho scritto, ovvero quando ero a Berlino. Dopo circa dieci anni in giro avevo una gran voglia di cambiare e tornare in Italia. Il disco l’ho fatto in italiano anche con la speranza, poi, di avere qualcosa da fare qui. Una scusa per spostarmi.

Anni fa cambiaste il nome ai Vadoinmessico, diventando Cairobi. Come mai?
Innanzitutto perché avevamo perso dei membri. Avevamo anche cambiato un po’ genere, inoltre, e c’eravamo spostati rispetto alla base – che era stata Londra fino a quel momento. Infine, “Vadoinmessico” non ci sembrava adatto al di fuori dell’Italia, l’unico paese in cui un nome del genere era pronunciabile.

Nonostante il progetto Giorgio Poi abbia preso il sopravvento negli ultimi mesi, i Cairobi continueranno ad esistere?
Sì, diciamo che è un po’ ibernato il progetto Cairobi. I due dischi sono quasi usciti contemporaneamente: il fatto che la pubblicazione del disco dei Cairobi sia stata ritardata così tanto ha fatto sì che io avessi il tempo per scrivere un altro disco e per farlo diverso, farlo in italiano. Per il momento vedo molto difficile far coesistere i due progetti. Abbiamo deciso di non uccidere il progetto ufficialmente, ci teniamo aperte tutte le porte. Ovviamente in questo momento io ho anche più interesse a scrivere in italiano, è un giocattolo nuovo per me: al momento ho voglia di giocarci un po’.

È la tua prima esperienza, appunto, con l’italiano. Che musica hai ascoltato per avvicinarti allo scrivere nella tua lingua madre?
Ho ascoltato molto Paolo Conte, soprattutto per i testi e per le melodie mi piace molto. E poi i soliti: Lucio Dalla, Lucio Battisti, Piero Ciampi. Questi sono stati i miei ascolti italiani, che in realtà ho ascoltato molto, e credo che ci sia un certo squisitamente italiano nelle mie canzoni, soprattutto a livello melodico.

L’ultima volta che sei passato da Rcdc, la scorsa primavera, da Francesco, mi aveva colpito questo passaggio: “Mi piace la sensazione che si prova nell’ascoltare la musica durante le pennichelle pomeridiane. Per questo cerco di trasporre quella condizione di semicoscienza in quello che scrivo”. Ed effettivamente vi sono moltissime immagini quasi ipnagogiche nella tua scrittura…
Credo che stilisticamente sia proprio un modo di scrivere che mi piace. Anzi, forse con le cose nuove sto andando ancora di più in questa direzione di suggerimenti testuali piuttosto che spiegazioni precise di situazioni. La questione delle pennichelle per me è importante, perché in realtà è il momento in cui – da ascoltatore – riesco a godere al massimo di qualcosa che sto ascoltando: subito prima di addormentarmi è il momento in cui la musica, anche con le parole, ti porta da qualche parte. L’utilizzo di queste brevi immagini suggerisce un po’ la dinamica dei sogni.

La musica viene assorbita ad un livello quasi subconscio, in queste circostanze.
Esatto! Se ne fa qualcosa di diverso, il cervello si sta addormentando.

Ha dato fastidio ad un musicista come te – che ha una lunga carriera internazionale alle spalle – l’approccio pressapochista con cui certa stampa si è approcciata il tuo lavoro, buttandoti nel calderone della “nuova scena indie”?
Ricordo quella recensione: ovviamente non mi aveva fatto piacere leggerla, anche perché non parlava di musica, era un attacco personale. “Non ci passerei cinque minuti insieme”, scrivevano: non ho avuto una buona opinione di una rivista che può pubblicare una roba del genere, firmata – tra l’altro – da pseudonimi, e quindi neanche rintracciabili.

Hanno smesso di farla a Noisey, tra l’altro, la cosa degli pseudonimi nelle recensioni.
Hanno smesso di farla! Bene. Immagino che ora diventerà una rivista seria, ma chissà. Comunque per me era una cosa nuova trovarmi a nuotare in questo mare di indie italiano, di cui non avevo mai fatto parte, anche perché sentivo che nella mia scrittura non era cambiato tantissimo. Io stavo andando avanti nel mio percorso, solo che lo stavo facendo in italiano. Mi sono trovato catapultato in un mondo completamente diverso rispetto quello in cui sguazzavo prima.

Questo lavoro è il naturale proseguimento di un discorso iniziato con Vadoinmessico prima e Cairobi poi, d’altronde.
Sì, in realtà io ho sempre scritto e registrato da solo anche con Vadoinmessico e Cairobi, soltanto che poi quando avevo la band quelli erano dei provini che venivano registrati nuovamente dai miei compagni, mentre in questo caso ho tenuto le cose che avevo registrato io, quindi per me è veramente il proseguimento naturale di quell’esperienza.

La batteria ipercompressa, con questi fusti molto sordi, i giri di basso iper-groovosi, ed il fatto che producessi e registrassi da solo ha fatto esclamare a molti il nome di Kevin Parker. Cosa ascoltavi durante i mesi berlinesi di registrazione? I Tame Impala sono stati un’influenza?
Io stavo ascoltando molto i Can, soprattutto per le batterie, mi sono ispirato abbastanza a quello stile. I Neu! sono un gruppo che mi piace. Diciamo che ho ascoltato tanta musica degli anni Settanta in quel periodo, quindi spontaneamente è trapelato un po’ quel decennio lì all’interno della musica che ho composto.

Il disco suona molto bene, ed è la tua prima esperienza a livello produttivo. Hai avuto offerte per produrre dischi di altri artisti?
Vorrei precisare che il disco l’ho prodotto e registrato, ho deciso i suoni e tutto quanto, ma non l’ho mixato: l’ha mixato Andrea Suriani qui a Bologna, all’Alpha Dept. La risposta alla tua domanda è sì, tant’è che in questo momento c’è un ragazzo a cui sto producendo il disco che mi aspetta. Purtroppo non posso ancora rivelare di chi si tratta, verrà fuori un nome a breve. Adesso sto lavorando con una persona con cui ho molte affinità musicali e di cui apprezzo tantissimo il lavoro e la scrittura, è stata una cosa spontanea che è venuta fuori appena sono tornato in Italia, ci siamo conosciuti, ci siamo incontrati, e abbiamo deciso di fare questa cosa insieme.

Un tema che stiamo affrontando sovente coi nostri ospiti recentemente è quello legato alla sfera della scrittura per terzi: hai avuto esperienze in campo autorale? Molti artisti dell’indie vengono invitati a scrivere anche per le major negli ultimi tempi. 
Sì, ho avuto esperienze di questo tipo negli ultimi mesi. È una cosa che mi diverte, è molto diverso come tipo di scrittura, anche a livello di come viene fatta la cosa: si scrive di solito con qualcun altro, cosa che io non sono abituato a fare, per esempio. Si ha molto meno tempo, bisogna buttare giù delle idee molto rapidamente rispetto a come faccio di solito, che magari impiego più tempo a scrivere una canzone. È sempre scrittura per me, per cui è divertente. Anche qualitativamente: non è che conservo le mie idee peggiori per quella cosa lì, semplicemente le idee che mi piacciono di più e mi vengono in mente le propongo.

Parlando qualche settimana fa con Colapesce avevamo convenuto che il mestiere dell’autore per terzi fosse più simile ad “artigianato” che ad arte, ti trovi d’accordo con questa distinzione?
In un certo senso sì. Subentra anche un po’ di mestiere nel momento in cui si scrive per terzi. I processi mentali, però, che ti portano a formulare un’idea sono gli stessi: ci si mette lì e si aspetta che venga qualche idea. Tra l’altro avevo scritto un pezzo insieme a Colapesce per terzi, diciamo, e poi non so che fine abbia fatto.

Negli scorsi mesi hai pubblicato l’edizione speciale di Fa niente in vinile, sempre per Bomba Dischi. Oltre a una nuova copertina, questa edizione vanta su entrambi i lati l’aggiunta di una nuova canzone inedita. “Il tuo vestito bianco” è uno dei ritornelli più belli dell’anno a mio avviso: c’è una progressione armonica incredibile e, ad un certo punto, moduli e la canzone esplode. Come aveva fatto ad essere esclusa dall’album una canzone del genere?
Semplicemente è stato scritto un mese prima che uscisse il disco, quindi l’album era già chiuso e non si faceva in tempo a mixarlo e metterlo dentro. Sapevamo che prima o poi l’avremmo fatto uscire e ci avrebbe fatto comodo avere un pezzo da mandare fuori.

Domanda di rito, visto che ci stiamo avvicinando a Dicembre, tempo di classifiche di fine anno: qual è il tuo disco del 2017?
Questa è una domanda a cui mi devo preparare! Forse 17, di XXXTentacion. Ha una bellissima scrittura, dei suoni molto interessanti, un utilizzo della chitarra che finalmente ritorna ad essere un po’ fresco dopo, appunto, anni nei quali sembrava che la chitarra stesse un po’ scomparendo. È un disco che consiglio di ascoltare a chi non l’ha ancora sentito.

Ascolta il podcast dell’intervista a Giorgio Poi ai microfoni di Cotton Fioc.

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