“Biopolimero non significa biodegradabile”

Bologna, 9 gen. – In tempi di campagna elettorale incrociata abbiamo tentato di fare un po’ di chiarezza sul tema dei sacchetti ultraleggeri per la frutta che sono stati al centro della prima battaglia social-mediatica del 2018. Il Governo, recependo una direttiva europea del 2015, ha imposto da un lato che dal primo gennaio “possono essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40 per cento”, e dall’altro che fosse reso visibile al cliente il costo.

Loris Giorgini, professore dell’Unibo che insegna scienza dei polimeri, ci ha spiegato che “biopolimero non significa automaticamente che è una plastica biodegradabile: il prefisso bio indica che il polimero è prodotto anche da fonte rinnovabile ma non dice nulla sulla sua degradabilità“. Dei 380 milioni di tonnellate di plastica prodotti globalmente ogni anno, solo 7 milioni provengono da fonti rinnovabili e di queste solo una piccolissima parte sono utilizzabili per la produzione di compost.

Andrea Minutolo è il coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente e difende la norma entrata in vigore a gennaio. Anche se critica il modo in cui è stata comunicata.

Simile il giudizio di Marco Versari, presidente di Assobioplastiche, l’associazione di categoria che riunisce i produttori, i trasformatori, gli utilizzatori di plastiche da fonte rinnovabili secondo cui la norma introdotta in agosto è la normale conclusione di un percorso iniziato da tempo.

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