Ancora su Bologna, ultime note ferragostane

L’ultima volta che mi sono occupato della situazione politica bolognese era il 15 maggio, all’indomani dell’apertura di Campagnoli a Guazzaloca in cui – tra l’altro – criticavo con una certa virulenza questa prospettiva.
Duccio Campagnoli, da buon schermidore, raccolse e rilanciò, affermando che da lui mai era giunta una candidatura per l’ex sindaco, ma solo un invito a “lavorare seriamente a un confronto programmatico con tutti”.
Sottigliezze, tant’è vero che ora lo stesso Duccio non rinnega affatto quell’apertura, ma anzi la rivendica.

Leggo poi sempre con molta attenzione il blog di Mauro Zani e mi trovo spesso in sintonia con le sue analisi. Commentando il Fattore Guazza Zani afferma che “I bolognesi, anche loro, forse si son stufati di ricoprire il ruolo di cavie o di api operose e ubbidienti.” Per cambiar rotta secondo Zani una strada c’era: “Quella di aderire alla particolare situazione locale suscitando e mettendosi alla testa di un movimento di rinascita civica (…) Da qui , da un listone civico e di sinistra, poteva passare il dialogo anche con Guazzaloca. Anche col diavolo in persona. Se i cittadini venivano rimotivati a partecipare, non in primariesche farse, ma in un processo di costruzione di un nuovo progetto di governo, pur nelle strettoie imposte dai tempi attuali.
Ma, ovviamente tutto questo si poteva fare solo con sincerità d’intenti. (…) Un’alleanza con l’ex avversario adesso (con i civici come s’è detto) e in queste condizioni significa solo prender atto di un lungo e ormai definitivo fallimento.”

Il perno dell’analisi di Zani batte comunque sempre su un punto: la costruzione di una lista di sinistra civica, rimotivante/rivitalizzante, sia sul piano progettuale che su quello politico. La proposta Zani (basta leggere il suo blog , la pagina facebook o ascoltarla qui) suscita interesse e piace a tanti (me compreso), ma non è mai uscita dal web per concretizzarsi in un progetto politico.
Perché questo? La famosa lista civica di sinistra non è infatti evocata solo da Zani, in diverse salse (aperta al Pd/contrapposta al Pd, etc) viene pensata e rimescolata in assemblee, incontri e pensatoi di varia composizione e coloritura. Sembra la ricerca della pietra filosofale: tutti la cercano e nessuno la trova.

Mi viene il dubbio che non si trovi la quadra perché non ci sono più le condizioni storiche per una lista del genere: una lista infatti deve essere espressione – seppur pragmaticamente articolata – di una compagine sociale (frastagliata, plurale, etc) che sia possibile rappresentare e far crescere sulla base di alcune linee guida relativamente semplici. Bologna da questo punto di vista è una città complicatissima.

Permettetemi un po’ di analisi prima di giungere alle conclusioni: Bologna è una città (metropolitana) dove vivono e lavorano poco meno di 900.000 abitanti. Tuttavia, per il ritardo enorme che abbiamo accumulato nella definizione delle nostre nuove realtà territoriali, Bologna si governa acchiappando un Comune in cui risiedono circa 330.000 abitanti, in cui gli aventi diritto al voto sono circa 280.000 e in cui votano effettivamente circa 240.000 cittadini. dunque si governa un’area politica di quasi un milione di abitanti con 120.000 voti, più uno…

Questo contesto esclude dal diritto di voto tantissime persone e componenti sociali: ovviamente non votano i circa 500.000 abitanti dell’area metropolitana, che magari lavorano e gravitano su Bologna ma poi eleggono un sindaco ad Anzola, Casalecchio o Castelmaggiore. Poi sono esclusi tutti gli studenti non residenti, tutti gli immigrati e tutti i nuovi cittadini: bolognesissimi, ma, ahiloro, immigrati di seconda generazione e quindi non depositari di alcun diritto di cittadinanza.

Orbene: è quantomai difficile collegare il voto a Bologna con una proposta che possa interpretare i cambiamenti reali del quadro sociale e si concretizzi in una lista civica e di sinistra.
Col voto ormai si compie un rito riservato ad una ristretta cerchia, ad anzianità crescente, in cui si muovono con sempre maggiore difficoltà le stesse corporazioni d’interesse, una volta rilevantissime dal punto di vista sociale, ma ora sempre più conservatrici e attardate: commercianti, cooperatori, artigiani, piccola impresa, lavoratori dipendenti.

E’ per questo che il discorso della lista civica di sinistra, diciamo vecchio stile, non salpa mai: perché gli manca l’acqua in cui navigare e un’area da rappresentare. Al di fuori delle sempre più claudicanti oligarchie corporative, la società bolognese è ridotta a poltiglia. La borghesia autoctona, un tempo vitale, è sempre più zavorrata da annoiati rentiers, mentre i ceti medi di nuova generazione sono marginalizzati nelle periferie e restano invisibili. Per ragioni anagrafiche, e di mancato ricambio della classe dirigente, Bologna è diventata una città estremamente conservatrice, lenta, stanca e burocratizzata.
La discussione politica, spesso ombelicale, resta confinata nell’ambito dei ceti politici e nella più ampia (ma litigiosissima) area del ceto medio riflessivo (che si parla addosso attraverso i media). Usciti di lì si scopre poi che nessuno rappresenta più nulla. Bologna è piena (politicamente) di generali senza eserciti: in questa situazione di stallo è normale che chi schiera, se non un esercito, almeno qualche battaglione, goda di grandissima considerazione e spaventi gli avversari interni ed esterni. Attualmente l’unico ad avere una dote propria da opporre al battaglione popolare ceveniniano è Giorgio Guazzaloca, con la sua consolidata area di voto moderata, mediamente anziana, molto arroccata sul centro storico e quindi preziosa in questa congiuntura. Se infatti si votasse sull’intera area metropolitana Cevenini rimarrebbe comunque forte, mentre il peso di Guazzaloca calerebbe drasticamente.

I partiti, e il PD in primis, non sono politicamente in grado (ma direi neanche culturalmente) di contrastare la poltiglizzazione della società bolognese.
Non sono in grado di fare ricomposizione sociale, né possono proporre grandi progetti di riassetto territoriale o di riscatto sociale perché queste sono comunque competenze di carattere nazionale: comune largo (area metropolitana), voto a studenti o lavoratori anche non residenti, voto agli immigrati, riconoscimento dei diritti civili ai cittadini di seconda generazione. Sono tutti temi che esulano dall’agenda del potere locale, e anche quando vi fanno capolino l’immobilità e il conservatorismo bloccano ogni riforma. Va anche detto che sul piano politico i più attivi su questi terreni non stanno certo nel centrosinistra, ma a destra, rispettivamente i finiani per quanto riguarda le nuove cittadinanze e i leghisti con il loro federalismo mitologico.

Per ripartire, dunque, bisogna bere l’amaro calice fino in fondo e non cercare scorciatoie, per quanto attraenti. Bisogna abbandonare l’illusione della lista civica di sinistra e ricominciare a fare politica partendo da un progetto che dia risposta a esigenze reali.
E’ necessario ripartire da un pensiero nuovo, chiamiamolo Bologna 2.0, che non risponde a immediate a pressanti esigenze elettorali, che non utilizza le categorie classiche (destra, sinistra, centro), ma che lavora per un progetto politico di media/lunga durata.
I pilastri di questo progetto debbono essere chiari, volti in primo luogo a conquistare diritti a chi non li ha, in primis ai nuovi cittadini di seconda generazione, unica speranza di rilancio non solo di Bologna ma dell’intera società italiana. Bisogna puntare sull’unico potenziale esercito che invece di declinare di anno in anno cresce e preme, facendolo diventare il perno di un nuovo concetto di cittadinanza e di inclusione. Attorno a questo va delineato un progetto di rappresentanza che ponga al suo centro il triangolo nuovolavoro/nuovaimpresa/nuovosviluppo,  che riesca quindi a intercettare anche gli interessi di una parte consistente di questa composita poltiglia, non solo rappresentandola, ma facendone emergere i nuovi protagonisti.

La terza fase è forse quella su cui saremmo in teoria più attrezzati: declinare un progetto politico che facendo emergere dal buio questi segmenti vitali di società li metta al centro di un piano di rilancio della città e dei suoi valori pubblici. Si parte dunque dal diritto di cittadinanza e dalla costruzione di una città (larga e metropolitana) di eguali, poi successivamente – e solo allora –  si potrà riparlare di scuola, sanità, mobilità, economia e cultura, dando a queste parole massa, motore e muscoli pronti a tramutarle in azione, non limitandosi quindi al mero auspicio del relatore.

La febbre del fare non alberga più da tempo in queste lande, per riaccendere il fuoco non basta la nostalgia, servono nuovi argomenti e nuove energie da prendere dove meno te lo aspetti.

Paolo Soglia

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3 commenti

  1. Caro Paolo, sei bravo come il non dimenticato Ciro. L’analisi è ottima. Nel corso dell’ultimo terzo di secolo ho scritto tomi voluminosi (che se vuoi ti farò dono, anche per liberare il magazzino)sui temi di cui parli. Tranchant, ma puntuale, il giudizio sulla bella Cecilia o l’araba fenice, ovvero la lista civica (di “rinascita della sinistra”, sic !) perorata da Zani. Vuoi, conseguentemente, un partito metropolitano. Bella speranza. In passato c’era: era il Pci, e seppure sgangherati anche i Ds ne conservavano qualche traccia. Allora, infatti, le politiche istituzionali erano mediate/integrte dal partito. Adesso non più. Ogni istituzione è chiusa nella sua monocratica impotenza. Come conseguenza non c’è spazio per alcuna politica, economica, sociale, civile, istituzionale, di area vasta. Se in questo quadro desolato mi metto nei panni dei ‘decisori’ (cioè di ciò che resta della politica)devo riconoscere che non farei altro che questo: surfare sulle onde, cogliere gli attimi,sfruttare le inerzie. Cioè prendere Bologna per quel che è (come tu perfettamente descrivi). Sapendo che la nuttata non passerà mai. Ormai ce l’abbiamo nello spirito. Con questo mio nichilistico augurio, mi appresto d’ora in avanti a seguirti con interesse. Ciao Fausto

    Comment by Fausto Anderlini on 08/08/2010 at 11:12

  2. Ps. Per surfare sull’onda, dati alla mano, Cevenini è un’agile ma solida galea, con molti alacri rematori nelle stive (e nelle cucine delle Feste dell’Unità, nonchè nei bar e nei club dei tifosi: quanto di meglio, e non è neanche poco, ci resta del Sacro…). Guazzaloca è un pedalò, anche bucherellato e arrugginito. Con poche prospettive che non siano mettersi a rimorchio…..

    Comment by Fausto Anderlini on 08/08/2010 at 11:21

  3. “… bisogna bere l’amaro calice fino in fondo e non cercare scorciatoie, per quanto attraenti”
    Inizio citandoti, caro direttore, perché è da questa frase che comincia la mia riflessione.
    La tua analisi è la vita di ogni cittadino bolognese che si muove in un periodo storico e politico fatto di amari calici. Qui non si tratta di bere ma di accettare. Accettare che la città cambia, che i giri del motore aumentano ogni istante e che ciò che era non c’è, perché il tempo è uno strano burlone: passa.

    Parli di diritti civili e io li accosto ai progetti di rappresentazione. Parli di nuovi cittadini e io li accosto ai nuovi protagonisti. Parli di città, che accosto al concetto di “eguali”. Vuoi parlare di massa, di motori e muscoli e usi la parola azione per unificare i vari concetti. E condivido perfettamente.

    “I pilastri di questo progetto debbono essere chiari, volti in primo luogo a conquistare diritti a chi non li ha, in primis ai nuovi cittadini di seconda generazione, unica speranza di rilancio non solo di Bologna ma dell’intera società italiana. Bisogna puntare sull’unico potenziale esercito che invece di declinare di anno in anno cresce e preme, facendolo diventare il perno di un nuovo concetto di cittadinanza e di inclusione.”

    Mi piace l’idea di un potenziale esercito. Mi piace perché lo conosco bene. Esiste già. Esiste nelle periferie di questa città. Esiste sui campi di basket, nelle piazze, nei parchi, nelle scuole. Un potente esercito. Sono giovani accomunati dal fatto che nessuno riconosce il loro diritto a Essere. Un potente esercito che si muove con le sue rabbie e frustrazioni, perché il diritto a scegliere gli è stato negato. Mi sento parte di questo esercito e ti posso assicurare che non manca la forza, né tanto meno i numeri.
    Vedo ragazzi che si chiedono che strada prendere ma sanno perfettamente quale non prendere.
    Non c’è differenza tra i giovani che non possono votare e giovani che non votano perché non si sentono chiamati in causa. Hanno la stessa importanza ma anche la stessa potenziale pericolosità. Chiedere ai ragazzi cosa vogliono non è “romantico”, è un opportunità per cambiare le cose.
    Non c’è differenza tra giovani che non hanno diritto alla cittadinanza e giovani che non conoscono i loro diritti di cittadinanza. E’ grave e pericoloso alla stessa maniera. Lavorare sulle consapevolezze di ogni individuo non è ovvio né retrò, è l’unica strada.
    Non c’è differenza tra giovani la cui prospettiva di futuro è decisa e frenata dalla burocrazia o dalla paura dell’incertezza. E’ grave è pericoloso alla stessa maniera. Questo è quello che succede compiuti i 18 anni in Italia (www.crossingtv.it/video/extravisioni/episodio22-avere-18-anni-e-chiedere-ancora-il-permesso) e da qui bisognerebbe partire.
    I nuovi cittadini, di cui parli, sono un’intera generazione di giovani che popola ogni angolo di questa città.
    “… servono nuovi argomenti e nuove energie da prendere dove meno te lo aspetti.”
    Ti invito a fare una passeggiata per le vie, ti invito a parlare con i ragazzi di piazza dell’Unità, con quelli che popolano piazza Maggiore, i quartieri della città. Li c’è l’energia che cerchi, che questa città ha e che nessuno vuole ascoltare. Ti invito a fare una passeggiata nei corridoi universitari. Non è il numero degli iscritti a far pensare ma il numero dei non iscritti. Capire perché, capire cosa fare per riportarli dentro. Nuove energie? Si sprecano a parole, in grida, in atti di ribellione. Non si riesce più a canalizzarle nei punti giusti. Basterebbe capire che la Cultura (con la C maiuscola, appunto, quella del popolo, del vivere civile, del rispetto, del bello) non è prerogativa di pochi ma deve essere oggetto di tutti. Partire dai contorni di questa città, dai luoghi di tutti. Partire dalle “mosse dell’anima”, partire dalle azioni quotidiane. Iniziare a parlare di cittadinanza come sentire e come vissuto e non come un lungo e travagliato viaggio burocratico. Una cittadinanza fatta di reciprocità, fatta di dialogo reale e di condivisione. Non più di forme (spesso folkrosistiche) di integrazione, ma reali progetti di civiltà. Che valgano per tutti.

    Se vorrai intraprendere questo viaggio sarò lieta di accompagnarti.
    Azeb

    Comment by Azeb Lucà Trombetta on 10/08/2010 at 21:28

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