“Anche io ho occupato una casa in via Mario De Maria. Nel 1945″

Giorgio Guerzoni

Bologna, 12 ago. – Giorgio Guerzoni ha 71 anni. E’ nato a Bologna nel 1944, quando c’era ancora la guerra. La vita lo ha portato in giro per il mondo: prima la Francia e poi il Brasile. Lo scorso anno è tornato in Italia per tentare di vedersi riconosciuta una pensione. Ma non è facile: “Sono in lotta con l’Inps” dice davanti al microfono nel nostro studio. Da quando è tornato (“Non ho reddito perché tutto quello che ho l’ho lasciato a mia figlia in Brasile”) Giorgio vive in casa con il figlio.

I primi anni di vita, Giorgio Guerzoni li ha vissuti nella Bolognina del dopoguerra, tra palazzi distrutti e case vuote. Insieme alla sua famiglia ha abitato una casa al numero 7 di via Mario De Maria, occupandola. Proprio come fanno, dal marzo dello scorso anno, alcune decine di famiglie al numero 5 della stessa via. “Altri dialetti ma la stessa ragione- scrive Giorgio in una lettera consegnata agli attivisti di Social Log-: sfuggire dalla guerra dalla morte o dalla fame in cerca di un mondo migliore con meno odio e più amore“.

La madre di Giorgio, “bolognese del Pratello”, era sfollata a Medicina. Finita la guerra, la famiglia decise di tornare a Bologna. Nella città da poco liberata, la famiglia Guerzoni si stabilì in piena Bolognina, a pochi passi dalla stazione, uno degli obiettivi più bombardati dagli aerei americani. Giorgio ricorda che con il nonno, che aveva un carretto, un “biroccio” come si diceva allora, trainato da un cavallo bianco che si chiamava come lui, Giorgio. Nonno e nipote perlustravano i palazzi distrutti “saccheggiandoli” di quello che era rimasto: erano dei “sulfanèr“. “All’epoca non c’era neanche bisogno della licenza” ricorda Giorgio.

Di seguito il testo della lettera che Giorgio Guerzoni ha consegnato agli attivisti di Social Log e che è stata letta durante l’assemblea degli occupanti che si è tenuta martedì sera sulla scalinata del Pincio in piazza XX Settembre.

“Via Mario de Maria 7

E’ piena estate del 2015, un caldo boia e una sottile melanconia avvolta da vampate di ricordi, mi guidano nel ripercorrere le strade che già furono dell’infanzia. Da allora più di mezzo secolo è passato e rimettendo piede alla Bolognina i ricordi riaffiorano e man mano affollano la memoria. Il ponte di Galliera, via Antonio Di Vincenzo, la scuola Federzoni, il cantinone di via Tiarini; è là che nonno Gigi di buona mattina sostava per bersi un grappino. A me spettava un marsalino perché diceva: bevi Giorgio che ti fa bene! Poi via che salendo sul biroccino, trainati da Giorgio, che era anche il nome del cavallo, schioccata la frusta e ci avviavamo, e si andava per macerie a scalcinare mattoni per le future costruzioni.
Erano gli anni del dopo guerra, la ricostruzione offriva questa ed altre opportunità; con la raccolta dei residuati bellici si campava. Di bombe inesplose, nei dintorni della stazione di Bologna, se ne trovavano a mucchi che poi il nonno disinnescava per rivenderne il metallo, fu così che sotterrammo una ruota di treno nei dintorni della “villa” ora parco Angeletti, che era una rovina spettrale con le sue gallerie sotterranee messe a raggio, con le sue grade e i suoi pozzetti profondi; si diceva che fosse
stata la sede di un comando delle SS e ..luogo di tortura. Brrr!!
Ma il giorno della “ruota” fu felice. In festa grande con vino e piccioncini allo spiedo.
A quel tempo in via Mario de Maria al 7 ci abitavo con la mia composita famiglia in un appartamento del piano rialzato che dava su un cortile che a rivederlo oggi, vuoto e senza vociare di bambini mi dà pena, ma è già tanto che sia ancora lì, c’è l’angolo dove al crepuscolo giocavo al dottore con la mia prima fidanzata. Dalla parte opposta ,li’ è il canto dove demmo fuoco a una cassetta di munizioni con disastrose conseguenze pirotecniche.
L’ho già detto era il dopoguerra e in quella casa abitava tanta altra gente, povera gente, brava gente; ex sfollati a cui il ventennio aveva sottratto quasi tutto ma non la gioia di vivere non la speranza di un domani migliore. Strano destino eravamo occupanti abusivi allora come ora, con la differenza che allora c’era la “Liberazione” per cui quella casa, abbandonata dagli ex occupanti forse seguaci del Duce, si riteneva lecito occuparla. Ora no: meglio vuota dicono alcuni. Oggi a distanza di 60 e passa anni apprendo dai giornali che è rioccupata da una nuova categoria di sfollati; altri dialetti ma la stessa ragione :sfuggire dalla guerra dalla morte o dalla fame in cerca di un mondo migliore con meno odio e più amore. Per puro caso fu l’amore e non la fame a spingermi a emigrare, prima in Francia anni 70, poi in Brasile negli anni 90 in questi altri mondi mi sono confrontato con l’essere straniero, ho, soprattutto in Francia, sofferto e conosciuto cos’è essere straniero “Rital” come dispregiativamente chiamano noi italiani ;Ho conosciuto cos’è la discriminazione e il male che fa all’anima essere mal visto, disprezzato, vilipeso. All’estero ho condiviso con molti Italiani con cui ho condiviso quanto “amaro sia l’altrui pane”, e ho conosciuto l’insensatezza assoluta del razzismo.
La capacità di adattamento è il risultato della lunga convivenza con varie culture; l’arte del tirar a campà ‘è nel nostro DNA di popolo evolutosi in millenni di connubi fra varie categorie di invasori barbari o civilizzatori che a turno hanno dominato la penisola italica
Una palestra di vita più unica che rara. Ci hanno permesso di districarci fra le pur mille difficoltà e forgiare una cultura che per la sua ricchezza di sfumature è invidia dell’umanità. Il dono del saper convivere pacificamente non poteva che svilupparsi in luoghi come questo crocevia mediterraneo delle principali civiltà: Greco Romana Egizia, Sumerica, Caucasica ecc… e mi ritrovo a Bologna, nella città che impose per legge l’uso dei portici “per offrire asilo a poverelli e viandanti” e che ora chiude le fontanelle. Dove è finita la Bologna Regina Alter Mater del Diritto e delle scienze, la Bologna Mazziniana, liberale; delle lotte per l’indipendenza dagli austriaci, dell’insurrezione dell’8 Agosto, dell’eroe dei due Mondi,di Ugo Bassi, di Irma Bandiera e dei fratelli Cervi ?
La Bologna partigiana medaglia d’oro della resistenza fautrice della liberazione dalla criminalità barbarie nazifascista degli olocausti, della superiorità della razza contrasto alla degenerante categoria di “subumani giudaico-bolscevici”. A questa domanda, domanda retorica, sfogo o grido di denuncia contro l’insensibilità,l’indifferenza fronte alla sofferenza. Sono tornato in Mario de Maria al 7. Un muro sbrecciato, un immobile deteriorato che a prima vista si direbbe abbandonato; quel muro, quella finestra perforata somiglia molto a una delle tante immagini dei conflitti che proliferano in medio oriente o in Libia a Kabul come a Bengasi a Bagdad a Kobane come a Gaza.
Appare da una finestra il volto di una donna seminascosto dal manto, sembra una suora, una immagine della madonna vergine Maria. E’ un attimo poi si ritira, lasciandomi perplesso su quanto sia precario il valore dell’esperienza umana, di quanto prolifica sia l’ignoranza e di come sia facile per le classi dominanti far risorgere gli spettri dell’intolleranza, delle guerre intestine alimentate dal virus dell’egoismo , della paura e del razzismo e di come nessuna esperienza, nessuna conquista sia definitiva e necessiti di essere continuamente rivitalizzata e difesa.

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