Al Biografilm un allarme dall’Ucraina: “Salvateci”

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12 giu. – Il disastro di Chernobyl potrebbe essere stato causato apposta da alcuni funzionari di Mosca, per evitare uno scandalo che li avrebbe coinvolti in quanto responsabili dello sperpero di denaro pubblico (punito con la pena di morte) nella costruzione di un’arma gigantesca quanto inutile, situata nei pressi della cittadina ucraina. Questa è l’ardita tesi di The Russian Woodpecker, uno dei titoli dell’edizione 2015 del Biografilm Festival: un film dove si fanno nomi e cognomi, e si indica come responsabile della fatale telefonata Mosca-Kiev l’allora ministro delle comunicazioni sovietico, Vasily A. Shamshin, morto qualche anno fa.

Il 26 aprile 1986 una nuvola radioattiva fuoriuscì da uno dei reattori della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina: all’epoca Fedor Alexandrovich, artista ucraino, aveva quattro anni. Successivamente ha deciso di indagare sul disastro per trovarne le cause che andassero oltre la versione ufficiale e si è imbattuto in Duga: imbattuto per modo di dire, perché a pochi chilometri di distanza dalla cittadina ucraina c’è tuttora una cattedrale nel deserto, residuo della Guerra Fredda. Un insieme di antenne “grandi quanto la piramide di Giza” installate per mandare un segnale in bassa frequenza (simile al rumore di un picchio da cui il titolo del film) che disturbasse le comunicazione occidentali. L’ipotesi del film è agghiacciante: gli alti funzionari che volevano e hanno fatto costruire (per miliardi di rubli, dicono gli ex funzionari sovietici intervistati nel documentario) l’enorme radar-avevano interesse a evitare un’ispezione governativa prevista per il settembre 1986 che avrebbe reso evidente un elemento non da poco: la costosissima arma non funzionava.

Una tesi forte e difficile, che il regista Andy Gracia mette in scena seguendo Alexandrovich nelle sue indagini, che si intersecano alle recenti violenze e tensioni tra Kiev e Mosca, tanto da mettere in pericolo la sua stessa vita. Il documentario, che si sviluppa come un film di spionaggio, è preceduto da un disclaimer, questo.

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“Ero a Kiev per uno spettacolo teatrale“, ha raccontato ai nostri microfoni il regista del film, poco prima della proiezione al Biografilm Festival, “e questo attore eccentrico e talentuoso mi ha portato a vedere quest’arma della Guerra Fredda, il Picchio Russo. Fedor è stato una vittima delle radiazioni e ha avuto l’intuizione che là si nascondeva un mistero”. Da lì la scoperta delle falsificazioni e della scomparsa dei registri ufficiali, le minacce dei servizi segreti, il ferimento del cameramen. “Ho capito che eravamo sulla strada giusta”, ha concluso Gracia.

“Questo segreto doveva essere rivelato”, ha detto Alexandrovich, nell’intervista che potete ascoltare integralmente qua sotto. “Spero che l’unione del mio approccio e della razionalità di Chad Gracia riesca a raccontare questa storia: è importante, perché l’Ucraina deve essere salvata. E’ un grido verso il mondo: l’Italia ha un ruolo cruciale, siamo alla vigilia di una potenziale terza guerra mondiale e dovete agire, perché se salviamo l’Ucraina salviamo il mondo.” Garcia ha aggiunto che  “L’unica cosa che finora ha fermato Putin nella progressiva invasione dell’Ucraina è stato il fronte comune dell’Unione Europea e spero che la visita di oggi di Putin [ieri, ndr] nel vostro Paese non fermi questa opposizione”.

Una lettura diversa del film viene dalla critica Roberta Ronconi, che ipotizza che Alexandrovich sia stato spinto in questa indagine anche da una causa molto umana: scoprire i colpevoli di un trauma, lontano trent’anni, ma di cui si subiscono ancora le conseguenze.

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