Agnes Obel: “Siamo tutti cittadini di vetro”

16 giu. – Martedì 20 giugno Agnes Obel arriva al Cortile del Palazzo Estense per un appuntamento imperdibile di Ferrara Sotto Le Stelle: la musicista danese, infatti, ha scelto il festival estense come unica data italiana del tour relativo all’ultimo Citizen of Glass. Ieri è stata ospite a Maps e l’abbiamo coinvolta in una lunga e approfondita intervista sulla sua musica e molto altro.

Qual è il concetto unificante di Citizen of Glass?
L’idea di un uomo fatto di vetro è un concetto di stampo politico che ho, diciamo, rubato da un contesto tedesco, ma che ho compreso a modo mio. Si diventa di vetro quando si perde la privacy e quando tutto sanno tutti di te, segreti compresi. L’album è stato scritto con quest’idea in testa.

C’è in tutto ciò un riferimento diretto ai social media?
Sì, viviamo in un periodo storico in cui la cultura e la tecnologia ci faccia rivelare molto di noi on line e spinga ognuno di noi a mostrare sempre di più. Usiamo i social media nella vita privata, così come nel campo delle arti e della musica: si tratta di qualcosa di nuovo e tipico dei nostri tempi, in cui siamo appunto cittadini di vetro.

Ma tu come usi questi mezzi?
Ho cominciato a usare Instagram quando ho iniziato le registrazioni di Citizen of Glass: l’account è stato aperto dalla mia etichetta, ma poi ne ho assunto il controllo, perché volevo capire cosa volesse dire sentirsi “di vetro”, visto che privatamente non uso i social, limitandoli alla mia musica. Per quanto mi riguarda, quando li uso non mi sento poi così “di vetro”, perché mantengo la mia privacy e non rivelo molto. Ma mi sento così quando ho a che fare con la musica, quando sono sul palco: lì sono davvero esposta, perché mostro alcuni aspetti della mia mente che non rivelo mai a nessuno.

Il suono di Citizen of Glass è molto più ricco rispetto ai dischi precedenti: c’è persino un sintetizzatore degli anni ’20 chiamato Trautonium!
Il titolo è arrivato prima che iniziassi a scrivere le canzoni e sapevo che questa volta non avrei potuto usare semplicemente pianoforte e violoncello, come faccio di solito. Sentivo che dovevo trovare qualche altro strumento che portasse una tensione maggiore, che suonasse come vetro sul punto di rompersi e che avesse un senso di urgenza. Ho fatto delle ricerche in rete, ho trovato tante tastiere antiche, come la spinetta e la celesta, e ho comprato un trautonium che, come hai detto, risale agli anni Venti ed è probabilmente uno dei sintetizzatori più antichi del mondo. Per me era perfetto, perché ha un suono metallico e quando lo mischi con gli archi ottieni la bellezza di questi ultimi con qualcosa di metallico e di vagamente spiacevole. Si tratta di un modo per creare un vago senso di disagio.

Nell’album c’è una sorta di gusto cinematografico: che tipo di film potrebbe essere Citizen of Glass?
Mi piace pensare al mio album come una colonna sonora: in questo caso si trattava di una colonna sonora per la mia mente, le mie emozioni. Potrebbe quindi essere un thriller psicologico o qualcosa del genere, con emozioni forti. “Golden Green”, per esempio, parla di invidia e di persone che pensi abbiano una vita molto migliore della tua. Ti vengono in mente delle immagini delle loro vite, del tutto immaginate: un momento molto creativo e, allo stesso tempo, molto dirompente e disperato, del quale ho scritto la colonna sonora. “Trojan Horse”, invece, parla della paranoia, delle persone che ti guardano dall’esterno.

Quando crei gli arrangiamenti hai dei riferimenti precisi nel mondo della musica classica?
Come ho detto, amo molto le colonne sonore, quelle classiche e contemporanee, quando si usano gli archi per la parte ritmica, non solo come un bello sfondo per una canzone pop. Allo stesso modo mi piace usare le voci come strumenti, in maniera molto diversa dal pop quindi. Si tratta di elementi che ho preso in prestito dalla musica classica e contemporanea.

Quanto influiscono i contesti e i luoghi sul concerto?
Moltissimo. La stanza o ciò che ti circonda influenza l’acustica, il modo in cui canto e in cui suona il violoncello, il modo in cui la canzone ti torna indietro. La musica è molto una questione di contesto: combinata alle immagini è una cosa, andare a vedere un concerto con gli amici è un’altra, eccetera. Questo vale ancora di più per la nostra band, che fa affidamento per lo più a strumenti acustici, oltre che al canto: avere un bel suono e una bella atmosfera è importante.

E cosa accade se vi capita di suonare in un contesto non buono?
Non sono così brava a gestire le cose quando non vanno bene… Ormai il tour è avviato da un mese e mezzo e ha toccato diversi festival, alcuni dei quali non sono stati proprio buoni. Recentemente, in un festival in Scozia, il palco cadeva a pezzi e il pubblico era davvero molto, molto ubriaco e non credo che abbia davvero ascoltato: è stato strano e difficile, perché suonare le mie canzoni è qualcosa di personale. Ho pensato di andarmene, ma poi ho pensato “dai, immagina che sia una prova”, per quanto dopo mi sia sentita molto triste. D’altro canto ci sono anche concerti riusciti in posti bellissimi: per esempio questa sera [ieri, ndr] suoniamo in un festival svizzero, a Losanna, in una foresta. Non vedo l’ora, si tratta di momenti vitali in cui tutto acquista un senso. Insomma, il contesto può darti, ma anche toglierti molto.

Concludiamo con i cinque dischi dell’isola deserta: quali porteresti con te?
Va bene. Porterei Gaspard de la nuit di Ravel, poi qualche musica da film, perché amo le colonne sonore. Amo quelle degli anni ’60 e ’70, una qualsiasi che non ho sentito molto. E poi Claude Debussy, qualcosa per piano, perché non mi stanca mai. I Cocteau Twins, perché li adoro e qualcosa di Roy Orbison.

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