Aemilia. A Bologna il maxi processo contro la ‘ndrangheta

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Foto di Maria Orecchia – L’altra Babele Promozione sociale

Bologna, 28 ott. – Anche il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini stamattina è nell’aula speciale della fiera di Bologna, dove prende il via l’udienza preliminare del processo Aemilia con 219 imputati. La Regione chiederà di costituirsi parte civile.
In piazza Costituzione sono cominciate alle 8,30 sotto la pioggia le procedure di identificazione per l’ingresso al padiglione 19, dove è stata allestita l’aula. Trattandosi di un’udienza preliminare, la seduta è a porte chiuse. La Procura di Bologna sarà rappresentata oggi anche dal procuratore reggente Massimiliano Serpi.

Se è vero che la ‘Ndrangheta imprenditrice è andata a insidiare in profondità il tessuto sociale ed economico dell’Emilia-Romagna, almeno simbolicamente è arrivata una prima risposta. Nell’atto iniziale dell’udienza preliminare del maxi-processo ‘Aemilia’, organizzata in un padiglione della fiera di Bologna con imponenti misure di sicurezza, sono già una trentina le richieste di costituzione di parte civile, arrivate dalla Regione, da Comuni, Province, sindacati e associazioni. Un numero rilevante, mentre stona che solo quattro persone fisiche abbiano fatto la medesima domanda, quando erano novanta quelle che la Dda di Bologna aveva individuato come ‘offese’ dai reati contestati nei 201 capi di imputazione dei due tronconi della più importante indagine contro la criminalità organizzata in regione. Nessuna vittima dei reati più gravi, come le estorsioni, era presente o ha mandato un legale.

Perché solo 4 persone su 90 lo abbiamo chiesto a Sabrina Pignedoli, cronista de il Resto del Carlino di Reggio Emilia che ha ricevuto intimidazioni da un poliziotto a seguito della pubblicazione di un articolo scomodo per la ‘ndrangheta. “Questioni economiche, ma ci potrebbe essere anche omertà”.

      sabrina pignedoli Aemilia

Proprio sul diritto di costituirsi si giocherà la prima battaglia di un processo che ha date calendarizzate ogni due-tre giorni, fino al 22 dicembre. Dopo aver ascoltato le eccezioni dei difensori, il giudice Francesca Zavaglia deciderà nelle prossime udienze chi ha diritto di entrare formalmente nel processo, avanzando richieste risarcitorie. Tra queste c’è appunto la Regione Emilia-Romagna, rappresentata in mattinata in aula dal presidente Stefano Bonaccini: “Un dovere esserci. La lotta alle mafie e per la legalità è un pilastro delle politiche del nostro governo”, ha detto. C’erano la Provincia e il Comune di Reggio Emilia, territorio “epicentro”, per la Procura, dell’associazione di tipo ‘ndranghetistico contestata a 54 persone, legate alla Cosca Grande Aracri di Cutro. Non mancavano Confindustria, Fita-Cna, Cgil, Cisl e Uil regionali, associazioni come Libera, Avviso Pubblico, poi l’ordine dei giornalisti e l’Aser, per due cronisti minacciati.

Ma c’erano anche due Comuni che rischiano lo scioglimento, proprio per il rischio infiltrazioni: Brescello nel Reggiano e Finale Emilia, nel Modenese, su cui sono in corso le istruttorie di commissioni di accesso di nomina prefettizia. Tutti hanno illustrato e depositato la propria richiesta, in una seduta conclusa nel tardo pomeriggio e iniziata alle 8.30 di mattina, quando per partire c’erano volute quasi tre ore, dopo le lunghe code di avvocati e imputati per superare i tre varchi che portavano al padiglione 19, vigilati da varie forze dell’ordine, tra cui il Corpo Forestale e l’Esercito. L’udienza è stata tecnica, ma essendo la prima era anche fortemente simbolica: a dimostrarlo, oltre a Bonaccini, la presenza del procuratore reggente Massimiliano Serpi, del procuratore generale Marcello Branca, del presidente del tribunale Francesco Scutellari, a sottolineare l’importanza dell’appuntamento giudiziario.

“La prima udienza – ha detto l’avvocato Fausto Bruzzese, che assiste tra l’altro Giuseppe Giglio, imprenditore ritenuto uno degli organizzatori dell’associazione ‘ndranghetistica – ha confermato le difficoltà intrinseche di un processo elefante, con problemi legati ora alla costituzione delle numerosissime parti civili, rispetto alle quali, per predisporre le controdeduzioni, il tempo per esercitare il diritto di difesa è del tutto limitato”.

Parla ai cronisti prima di entrare in aula l”avvocato Carmen Pisanello, del foro di Reggio Emilia: tra gli altri difende Michele Bolognino, ritenuto dalla Dda uno dei capi dell’associazione di ‘ndrangheta che ha infiltrato l’Emilia e le sue imprese e destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguita dai Carabinieri su disposizione del gip Alberto Ziroldi, anche a inizio settembre. “Nelle prossime udienze – ha detto il legale – si potranno proporre certamente varie eccezioni preliminari e vedere se già nelle stesse fasi preliminari possono cadere i vari capi d’accusa che sono contestati a tutti i nostri assistiti, compreso Bolognino”. Bolognino che, ricorda il suo legale, “è al 41bis, in un regime veramente severo, parificabile quasi alla tortura: i rapporti famigliari sono limitati a un’ora al mese, attraverso un vetro. E’ una situazione davvero pesante”.

Gli imputati da 219 sono diventati quasi 240, con la riunione, come previsto, del secondo filone di indagine. Un numero ancora più elevato, che rende il processo forzatamente macchinoso e che, a detta di molti difensori, limiterà i tempi assegnati a ciascuno e quindi il diritto di difesa, in particolare delle posizioni minori. Trentaquattro erano i detenuti, otto in videoconferenza perché al 41 bis o in carceri lontane. Da Opera era collegato Nicolino Grande Aracri, presunto boss dell’organizzazione, che però in Aemilia non risponde di associazione di tipo mafioso. (ANSA).

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