Adnan, dal Pakistan all’Italia cercando una vita migliore

barca migranti lampedusa foto flikr Carlo Alfredo Clerici CC BY 2.0

Il cimitero delle barche dei migranti a Lampedusa. Foto di Carlo Alfredo Clerici – CC BY 2.0

Bologna, 29 ago. – Sarà rimpatriato domenica il corpo di Adnan Anwar, 23 enne morto mercoledì scorso dopo aver perso il controllo della sua bicicletta nella discesa di via dell’Osservanza. Tornerà dai suoi genitori, che aveva lasciato appena maggiorenne, diecimila chilometri e cinque anni fa, in Pakistan. A dargli l’ultimo saluto in Italia i suoi compagni di villa Aldini, come lui richiedenti asilo e come lui ospitati nella struttura di accoglienza bolognese, lo zio, da tempo residente in Italia, gli operatori sociali che lo hanno conosciuto, la comunità pakistana di Bologna e Bianca Lubreto, dirigente della Prefettura. Non c’era invece il 31 enne che mercoledì era con lui in bici e che è fortunatamente riuscito a salvarsi. Per lui un braccio rotto, qualche piccola ferita, e un’esperienza che lo ha traumatizzato. Dopo l’iniziale ricovero all’ospedale Maggiore dovrà passare periodo di convalescenza a Villa Chiara, a Casalecchio. “Come sta Adnan? Come sta il mio amico?”, continua a chiedere agli operatori che vanno a trovarlo, incapace di accettare la morte del compagno.

Adnan era arrivato a Bologna nell’ottobre 2014. Scappava da quell’inferno che è diventata la Libia in preda alla guerra civile. Aveva deciso di tentare la traversata del Mediterraneo sui barconi, e alla fine, dopo lo sbarco, era stato spedito a sotto le Due Torri. Qualche settimana al centro di smistamento di via Mattei e poi Villa Aldini, dove attendere il riconoscimento della domanda di asilo. Al contrario di migranti di altre nazionalità, Adnan aveva da subito potuto contare sulla rete di relazioni che la comunità pakistana ha saputo creare in città. Nelle ultime settimane aveva anche trovato un lavoretto in un negozio. Poco forse, giusto qualche ora al giorno per dare un mano, comunque un modo per iniziare a progettare la sua nuova vita a Bologna, vicino alla famiglia dello zio, arrivato in Italia anni fa e residente a Prato. Adnan stava anche studiando l’italiano e aveva frequentato alcuni corsi. “Lo conoscevamo bene. Con lui parlavamo un mix di inglese, italiano e quando c’erano i mediatori anche arabo”, racconta Sara Macchioni, coordinatrice operativa di Villa Aldini per Mondo Donna, associazione che assieme alla cooperativa Lai Momo e al consorzio L’Arcolaio si occupa della gestione della struttura.

A Sara e agli altri operatori Adnan aveva raccontato del suo viaggio, quando appena maggiorenne, nel 2010, decise di lasciare il Pakistan per cercare fortuna in Libia. L’intervento militare a guida Nato sarebbe arrivato solo un anno dopo e il paese di Gheddafi, ricco e con tante opportunità di lavoro, era ancora la meta a cui molto guardavano per cercare fortuna. Adnan non aveva deciso da solo. La sua partenza era stata benedetta da tutta la famiglia. “Sappiamo che all’epoca i genitori hanno meditato molto sulla questione, ma alla fine diedero il via libera, era il figlio più grande e il più responsabile”. Una storia che somiglia tanto a quelle italiane di un secolo fa, quando dietro al progetto migratorio di un ragazzo siciliano, o veneto, c’erano le speranze di tutti coloro che rimanevano a casa. Per Adnan è successo lo stesso. Il lavoro in Libia serviva anche a mantenere i genitori, in difficilissime condizioni economiche anche perché il padre aveva perso un braccio a causa di un incidente sul lavoro. In Libia c’è rimasto finché possibile, poi l’Italia e Bologna. Gli operatori che lo hanno conosciuto lo ricordano come un ragazzo solare e collaborativo, che cercava solo una vita migliore.

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