Acid Mothers Temple: captare le musiche del cosmo

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13 ott. – “Quando ero piccolo sentivo un ticchettio che mi sembrava un messaggio dagli UFO. Quando alla radio ho sentito le musiche di Stockhausen mi sono ricordato di quella musica che percepivo da piccolo”: così ai nostri microfoni Kawabata Makoto, leader degli Acid Mothers Temple in tutte le diverse incarnazioni che ha avuto la band giapponese dalla metà degli anni ’90 ad oggi. L’ultima, chiamata Acid Mothers Temple & The Melting Paraiso UFO è impegnata in questi giorni in un tour che ha toccato ieri il Locomotiv Club. Le musiche di Kawabata sono spaziali, nel vero senso del termine: “Da quando ho iniziato a suonare la chitarra ci ho messo quattro anni per riprodurre questi suoni che sento arrivare dal cielo: è il mio obiettivo. Con i nostri concerti diamo agli ascoltatori un biglietto per andare nello spazio, ma non gli diamo il modo di tornare a casa”, ha raccontato il chitarrista di Osaka.

L’ultimo album della band, Wake To A New Dawn Of Another Astro Era, è perfettamente in linea con le produzioni del passato, per quanto l’organico della band cambi spesso: “Non muto il mio modo di comporre: quello che cambia è il modo che ho di interagire con gli altri musicisti”. Psichedelia, space rock e un pizzico di kraut infondono le lunghe tracce che compongono i dischi nel repertorio degli Acid Mothers Temple, anche se il rapporto con la musica tedesca è più sottile: “Quella con il krautrock, secondo molti, è una nostra influenza: in realtà si tratta di un genere che ho amato molto da giovane e che, quando è stato oggetto di un revival negli anni ’90, ci ha aiutato a fare conoscere la nostra musica al di fuori del Giappone”.

Una musica oltre i generi, il tempo e lo spazio: ma noi come possiamo percepire questa voce dal cosmo? La risposta del nostro ospite è semplice e chiara: “Noi tutti siamo capaci di ascoltarla: ma le nostre orecchie sono chiuse, perché siamo troppo vicini agli oggetti a cui prestiamo attenzione”. Insomma, aprite i sensi, perché c’è un suono là fuori che aspetta solo di essere sentito.

Grazie a Miki Omori per la traduzione dal giapponese.

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